di Alessio PalmaInghilterra, 1973. Dopo il fallimento di una missione in Ungheria, il capo dei servizi segreti britannici, detto Controllo, e il suo luogotenente di fiducia George Smiley sono costretti ad uscire dall’organizzazione. Ma Smiley dopo poco viene riassunto in segreto dal governo per scovare un agente doppiogiochista infiltrato nei servizi al soldo dei sovietici. Dopo varie vicende Smiley restringe il campo dei sospettati a cinque uomini, tra i quali si nasconde la talpa.
Tratto dal romanzo di
John Le Carrè TINKER TAYLOR SOLDIER SPY, che è anche il titolo originale del film, la pellicola di
Alfredson ha un precedente nella serie televisiva tratta dal libro che la Bbc realizzò nel 1979 in sette puntate, necessarie probabilmente a raccontare una storia di complessità labirintica. La sceneggiatura di
Bridget O’ Connor e
Peter Straughan deve invece contrarre l’enorme mole d’informazioni in poco più di due ore.
Riuscendoci: perché se è vero che non ci si può distrarre un attimo, pena l’incomprensione di molti passaggi, il film scorre fluido e senza buchi di sceneggiatura, restituendo la densità delle pagine di
Le Carrè, che è stato davvero un agente del Secret Intelligence Service e che quindi conosce alla perfezione il contesto in cui si dipana la narrazione.
Alfredson, reduce dal successo internazionale del bel melò orrorifico LASCIAMI ENTRARE, nella sua prima regia fuori dalla Svezia dimostra ancora una volta di avere la mano sicura per il cinema di genere. Adotta uno stile molto anni ’70 senza essere ingenuamente cinefilo o citazionista e si serve di una ricostruzione ambientale assai credibile (edifici fatiscenti, uffici bui, un’atmosfera diffusa di claustrofobia e grigiore: si veda la sequenza memorabile del festino socialista) che amplifica il senso di disillusione di una storia al cui fondo echeggia un persistente senso di fallibilità umana. Gli attori lo assecondano, specialmente
Gary Oldman, in una bella prova tutta giocata sulla sottrazione delle parole e dei gesti.