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Stefano Cucchi: una verità negata?

Arriva in edicola il documentario sul caso Cucchi. Intervista all'ideatore del documentario Giancarlo Castelli

Di Rosario Sparti e Flavia D'Angelo

Tra gli eventi dell’ultimo Festival Internazionale del Film di Roma senz’altro ha spiccato, attirando grande attenzione di pubblico e media, il documentario su Stefano Cucchi, presentato tra gli eventi della sezione EXTRA. Il regista Maurizio Cartolano, con il suo "148 Stefano, mostri dell’inerzia", attraverso la testimonianza sonora dello stesso Stefano e i suoi filmini di famiglia, ha cercato di rendere giustizia a questo personaggio vittima d'una delle pagine nere della nostra recente cronaca.

Coprotagonista del documentario è Ilaria, sorella di Stefano, che guida lo spettatore attraverso la ricostruzione degli avvenimenti abilmente rievocati, attraverso l'uso dell'animazione, fino agli ultimi minuti vissuti dal fratello.
Prodotto con il patrocinio di Amnesty International e Articolo 21, il film uscirà in allegato col quotidiano "Il Fatto Quotidiano". Un lavoro da non perdere, importante per riflettere sui “morti di Stato”.

Che cosa è accaduto a Stefano cerchiamo di capirlo dalle parole della sorella: “Stefano Cucchi era un ragazzo di 31 anni, un normalissimo ragazzo di 31 che la notte tra il 15 e il 16 Ottobre 2009 è stato arrestato dai Carabinieri, perché trovato in possesso di una modica quantità di sostanze stupefacenti. L’abbiamo visto uscire di casa accompagnato di Carabinieri, che precedentemente tra l’altro avevano perquisito la sua stanza non trovandovi nulla e accompagnato dai Carabinieri in ottime condizioni di salute, senza alcun segno sul viso e non lamentando alcun tipo di dolore. L’abbiamo rivisto morto il 22 Ottobre all’obitorio: nel momento in cui l’abbiamo rivisto, mio fratello aveva il viso completamente tumefatto e pieno di segni, il corpo non l’abbiamo potuto vedere.”.

Parole semplici, dirette, che pesano come macigni. Una storia che pretende verità e giustizia, come chiedeva anche la band dei Massive Attack, attirando l’attenzione della stampa, nel suo concerto milanese dell’anno scorso; questo per dire che il caso Cucchi non è solo l’ennesima pagina buia dell’Italia invisibile all’estero ma che ha scosso e interessato l’intera Europa.
Una storia in cui la voce della famiglia si è alzata per dignità e non per il solito protagonismo da salotto televisivo, una voce ferma ma che svela anche tutta la sua fragilità umana. Per non tacere, affinché non ripetano storie simili. Purtroppo è di questi giorni il caso della morte di Christian De Cupis che fin troppo da vicino ricorda quello di Stefano, non fosse altro per i tempi e le modalità con cui ne sono venuti a conoscenza i familiari.

Su De Cupis, il detenuto romano di 36 anni morto nel reparto di medicina protetta dell'ospedale Belcolle di Viterbogiorni fa, proprio Ilaria  Cucchi afferma di "saperne molto poco, ma una cosa mi ha colpito: mia madre ha saputo della morte di Stefano sei giorni dopo che non lo vedeva, lo ha saputo con il decreto di autopsia. In questo modo è stato comunicato ad una madre che il proprio figlio non c'era più".
In maniera analoga, accusa Cucchi, "i familiari di questo ragazzo hanno saputo, dopo la sua morte, che il ragazzo era stato arrestato. Vengono trattate queste persone come se non fossero degli esseri umani, con del vissuto e degli affetti. In questi ambienti -conclude Ilaria Cucchi- la vita non conta niente, conta solo la loro burocrazia”.
Ancora una volta parole forti, speriamo stavolta servano a qualcosa. Se così non fosse, con pudore e dignità, si continui a chiedere con voce ferma verità e giustizia.

Corriere Romano ha chiesto al giornalista Giancarlo Castelli, ideatore del progetto “148 Stefano, mostri dell’inerzia” di raccontare il suo lavoro e gli sviluppi del caso Cucchi.

Com’è nato il progetto di questo documentario?

Al momento della morte di Stefano collaboravo con Il Fatto Quotidiano. Ho seguito, quindi, la cronaca degli avvenimenti fin dai primissimi momenti ma è stato solo quando sono andato al funerale di Stefano che ho iniziato a capire quali potevano essere gli sviluppi di questo caso.
Oltre agli aspetti giornalistici in senso stretto mi colpì la singolarità di questa vicenda, in cui il calvario di un cittadino non terminava in pochi, tragici istanti ma si trascinava per ben sei giorni. Ben presto ho ricevuto l’incarico di seguire le conferenze stampa legate al caso e ho cominciato a pensare alla possibilità di realizzare un documentario, anche se non avevo alcuna esperienza in questo campo.
A questo punto ho cercato di coinvolgere altre persone, che avessero le professionalità tecniche che mi mancavano e che potessero gestire la creazione di un prodotto audiovisivo. Non è stato facile trovare dei collaboratori capaci di portare fino in fondo questo progetto, alla fine mi sono rivolto all’Ambra Group e il documentario è stato affidato al regista Maurizio Cartolano.

L’impressione generale che nasce dalla visione del documentario è che, senza l’impegno della famiglia, non ci sarebbe stato nessun “Caso Cucchi”. Secondo la sua opinione, quanto conta in casi del genere il coinvolgimento dell’opinione pubblica?

Fin dal primo giorno la famiglia di Stefano ha fatto un lavoro straordinario: ha continuato ad andare avanti chiedendo verità, senza mai tirarsi indietro davanti alla realtà.
Forse non tutti ricordano che, poco dopo la morte di Stefano, sono stati proprio i familiari a denunciare alla Polizia il ritrovamento di una certa quantità di stupefacenti presso l’abitazione del ragazzo, a Morena. Questo gesto poteva modificare negativamente l’immagine di Stefano presso l’opinione pubblica, ma per la sua famiglia chiedere verità e offrire verità sono due aspetti indissolubilmente collegati.
Purtroppo, in casi come quello di Stefano – penso anche al caso Aldrovandi o a Giuseppe Uva – in cui è coinvolto l’apparato dello Stato, l’unica difesa per le famiglie è trasformare il dramma privato in una questione civile. Solo l’attenzione dei cittadini permette di controbilanciare tutta una serie di squilibri, dando una ragionevole speranza di giungere a conoscere la verità.

Il documentario è stato presentato fuori concorso al Festival di Roma, un palcoscenico mediatico molto importante. Quale riscontro avete avuto dalla partecipazione all’evento?

Il Festival di Roma è una kermesse molto glamour, ho avuto l’impressione che il tema del nostro documentario ci abbia aperto molte porte. Il montaggio del film è stato accelerato proprio per partecipare al festival, forse alcuni aspetti tecnici e artistici non sono stati sviluppati al meglio per non perdere quest’occasione.
La storia di Stefano è ormai di dominio pubblico, e come tale è stata trattata, cercando di costruire un prodotto teso in particolar modo a tenere i riflettori accesi su questa vicenda che sta entrando ora in una fase processuale molto delicata.
 
“148 Stefano, mostri dell’inerzia” sarà distribuito da domani su tutto il territorio nazionale come allegato de Il Fatto Quotidiano. Crede che questa iniziativa possa aiutare la ricerca della verità sulla morte di Stefano?

Il Fatto Quotidiano ha seguito da subito con grande attenzione la vicenda di Stefano, impegnandosi nella richiesta di chiarezza e verità sui fatti. Continuo a seguire molte delle udienze del processo nell’aula bunker di Rebibbia ma non credo che si giungerà a una sentenza prima dell’estate.
In questo tipo di processi si cerca di ricostruire i fatti in ordine cronologico, al momento stiamo entrando nella fase della degenza di Stefano al Pertini, quindi ci avviciniamo alla ricostruzione delle sue ultime ore. Il punto dirimente della questione è che, ad oggi, non si sa ancora di cosa sia morto Stefano. La perizia ufficiale della Procura parla di “brachicardia”, senza però indicarne le cause.
Rispetto al ruolo del documentario nella ricerca della verità, posso dire che la difesa degli imputati ha chiesto di spostare da Roma il processo, motivando la richiesta proprio con l’annunciata distribuzione di “148 Stefano”. Al momento, almeno per qualcuno, il documentario sembra avere un certo peso.
 
 

[29-11-2011]

 
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