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11 metri: il film sulla vita di Agostino Di Bartolomei

incontro con il regista Francesco Del Grosso

Di Rosario Sparti e Flavia D'Angelo

Si ammira sempre la semplicità con la quale un grande campione rende facili le cose anche più complicate” (Agostino Di Bartolomei)

Dal 21 novembre, in edicola con “Il Corriere dello Sport”, potrete trovare il dvd del documentario 11 METRI di Francesco Del Grosso, recentemente presentato all’ultimo Festival Internazionale del Film di Roma. Un bel lavoro incentrato sulla figura di Agostino Di Bartolomei, romano, cresciuto nel quartiere di Tor Marancia e capitano della Roma tra gli anni ’70 e ’80, che mette in risalto l’uomo in tutte le sue sfaccettature.

Un calciatore rimasto nella memoria collettiva purtroppo anche per una data tragica, quel 30 Maggio 1994, in cui con un colpo di pistola si tolse la vita, lasciando a bocca aperta il mondo dello sport. “Non è da questi dettagli che si giudica un giocatore”, cantava qualcuno e proprio per questo il ritratto del regista Del Grosso è al tempo stesso lirico, impietoso e onesto.

Ago, come lo chiamavano tutti, era il numero dieci della Roma durante la vittoria del secondo scudetto nella stagione '82,'83 per poi passare al Milan, Cesena e Salernitana, dove contribuì al raggiungimento della promozione in Serie B dopo 23 anni di assenza. In Campania Di Bartolomei decise di trasferirsi per dedicarsi all’allenamento, fondando una scuola di calcio, che portava il suo nome, a Castellabate, piccolo paesino d’origine della moglie. Genuinamente burbero, con un grande amore e passione verso l’allenamento, la figura di Ago è romanticamente legata alla progressiva chiusura delle porte del calcio nei suoi confronti.

Un calcio, come si nota nel documentario, che oggi non esiste più, ormai scomparso nella sua semplicità e di cui Di Bartolomei è un simbolo. Una figura che ha attratto nel ricordo cantautori come Antonello Venditti, che nel 2007 compose la canzone “Tradimento e perdono”, o registi come Paolo Sorrentino che s’ispirò liberamente a lui per ritrarre la figura di Antonio Pisapia nel suo film d’esordio L’UOMO IN PIU’.
Non solo l’uomo dei calci di rigore, il calciatore dai lanci millimetrici ma nel lavoro di Del Grosso si può assistere all’emergere d’una personalità poco nota, un Di Bartolomei schivo, poco interessato ai riflettori e vittima di una depressione latente. Dopo il bel documentario “Negli occhi” dedicato all’attore Vittorio Mezzogiorno, il regista ritorna a dar luce a un altro personaggio poco noto e purtroppo per noi scomparso troppo presto.

La figura di Agostino Di Bartolomei è molto amata nella Capitale, e non solo. Sulla sua vita e la tragica scomparsa si è detto molto: questa popolarità ti ha condizionato nella lavorazione? 

Quando Daniele Esposito della Vegas Project mi ha contattato per propormi di lavorare al film inizialmente ho rifiutato perché non mi interessava fare l’apologia di un calciatore, rischio ancor più grosso essendo io un romanista. Ho accettato quando ho compreso che avrei avuto la possibilità di mettere da parte l’elemento strettamente calcistico della storia di Di Bartolomei per costruire qualcosa di diverso. 
Da subito ho cercato di raccontare la vita di una persona più che una parabola calcistica, perché Agostino non è ricordato solo come un grande calciatore ma anche per il suo carattere e l’atteggiamento che aveva in campo e fuori. Alla presentazione del film al Festival di Roma Carlo Verdone ha ricordato che Agostino era un giocatore che non fomentava mai gli scontri in campo ma, anzi, cercava di moderare ogni situazione. 
Si tratta di un personaggio lontano da tutti quegli elementi meno nobili del calcio, parliamo di una persona che aveva quasi imbarazzo a rilasciare autografi. Questi lati del suo carattere sono stati apprezzati dalla gente, non per caso all’anteprima di Roma c’erano anche tifosi laziali e persone venute da Milano e Salerno.

Hai detto più volte che questo film non si sarebbe potuto fare senza il sostegno e la partecipazione della famiglia di Agostino. Come si è sviluppato il rapporto con Marisa Di Bartolomei e i figli Luca e Gianmarco? 

Marisa, Luca e Gianmarco sono entrati da subito a far parte del film. Sarebbe stato impensabile portare avanti un progetto del genere non solo senza la loro approvazione, ma anche senza la loro partecipazione costante. In molti casi sono loro che mi hanno indirizzato verso alcune interviste, rendendo il discorso molto più fluido. Mi hanno veramente accolto come un membro della famiglia, hanno capito che volevo fare un film con Agostino e non su Agostino. 
Inizialmente, come è comprensibile, c’era una certa diffidenza verso un nuovo progetto su Agostino, ma con molto dialogo sono riuscito a comunicare che quello che volevo girare era un inno alla vita, non un’opera che si focalizzasse sulla tragica fine di un’esistenza. “11 metri” è un film positivo, che racconta anche la storia di una famiglia che ha saputo andare oltre la tragedia, grazie soprattutto alla forza e all’intelligenza di una madre che ha dato ai suoi figli una vita felice. 

Nonostante il documentario ripercorra l’intera carriera calcistica di Agostino Di Bartolomei non si tratta solo di un film sul calcio …  

Gli ultimi venti minuti del film raccontano la vita di Agostino dopo la fine della sua carriera: in primo piano non c’è più il campione sportivo, ma un uomo che si confronta con una depressione latente, che non aveva mai manifestato anche a causa di un carattere estremamente riservato. Parliamo di un problema che, purtroppo, è comune a moltissime persone. La particolarità di Agostino è che, a un certo punto, è stato dimenticato dal suo mondo, un mondo che aveva contribuito a costruire.
Per la famiglia non è stato facile rivivere, a distanza di diciassette anni, un trauma tanto intenso e devastante in pubblico, anche con la presenza al Festival di Roma. Tuttavia, credo che abbiano sentito che era giunto il momento di parlare di Agostino anche in un modo diverso. 

Immagino che anche per te si sia trattato di un progetto molto coinvolgente anche dal punto di vista emotivo … 

Per me si è trattato di due anni di lavoro, portati avanti con i timori e le preoccupazioni che ogni lavoro comporta. Per questo documentario ho visionato settanta ore di materiali di archivio della RAI, foto e immagini private e in alcuni casi inedite. Ho girato circa cento ore di interviste e lavorato sei mesi al montaggio
In questa fase è stato fondamentale il lavoro della montatrice Francesca Sofia Allegra: una sensibilità femminile mi ha permesso di capire momenti e passaggi che da solo non avrei colto. Anche le musiche di Raffaele Inno sono state fondamentali nella costruzione del film: Raffaele ha addirittura composto dei brani prima che iniziassi a girare, brani che ho ascoltato per entrare nel mood di alcune riprese. 

Il dvd di “11 metri” è disponibile in tutte le edicole del Lazio, allegato al Corriere dello Sport. Quale altra distribuzione è prevista per il film? 

Le vendite del dvd allegato al Corriere stanno andando molto bene, in generale sono contento del fatto che non solo la stampa sportiva ma anche quella cinematografica stia continuando a parlare di “11 metri” dal momento della presentazione a Roma fino ad oggi. Adesso anche alcuni festival stranieri si stanno interessando al film, che uscirà quindi dai confini italiani. A breve dovrebbe essere prevista una distribuzione in sala e siamo in trattative per prossime edizioni in home video.
 
 

[23-11-2011]

 
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