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Berlusconi, Monti e l'aternativa delle tre "B"

I paradossi della destra berlusconiana e della sinistra complottista

di Simone Chiaramonte

Ha perso il potere ma non il vizio di mostrarsi al di sopra di ogni regola. Rischia di affossare milioni di persone ma è incapace di ergersi al di sopra delle parti. Anche le dimissioni rappresentano per Silvio Berlusconi un atto “ad personam”. Le pesanti perdite subite dalle sue aziende costringono il Cavaliere a presentarsi, seppure con un irrispettoso ritardo, al cospetto del presidente della Repubblica per rinunciare (provvisoriamente) al posto di comando. I suoi uomini lo definiscono “un atto di responsabilità” ma di fatto Berlusconi, da premier, ha capito di essere un flagello per se stesso.

LA REAZIONE DEL CAVALIERE - Non tenta questa volta il tutto per tutto. Il suo sgomento, impietosamente immortalato in uno scatto realizzato nel tragitto che lo conduce al Quirinale, è dovuto al tradimento del popolo, non a quello dei transfughi. L’espressione del premier riconduce alle immagini del 13 dicembre 2009, quando un uomo lo colpì in pieno volto con una statuetta. La deprecabile violenza di quel giorno è soppiantata in questa occasione dai cori di una piazza in festa. Ma oggi come allora l’uomo riapre gli occhi dopo un sogno durato 17 anni, fatto di soldi, donne e popolarità.

Il senso di compassione verso una persona in evidente difficoltà viene meno quando si conoscono i contenuti del lungo vertice svoltosi a Palazzo Grazioli. “Stacchiamo la spina a Monti quando vogliamo”. Una dichiarazione volgare e irresponsabile, soprattutto se pronunciata in un Paese che deve convincere gli investitori dell’esatto contrario, per evitare il collasso. Si tratta della rassicurazione che Berlusconi ha dovuto dare ai membri più infervorati del suo partito, a quelli che non sanno fare a meno del potere e soprattutto ai revanscisti ex An in conflitto aperto con Fli.

IL BERLUSCONISMO CONTINUA - E allora bisogna ringraziare la piazza, in primo luogo per l’alto grado di civiltà dimostrato, nonostante la pazienza sia stata messa a dura prova, in secondo luogo per aver restituito all’Italia una parvenza di normalità e raziocinio di fronte alle telecamere di tutto il mondo. Scene di giubilo  esagerate? Forse, perché Berlusconi e il “berlusconismo” non finiscono qui. Da una parte perché ci sono 310 braccia alla Camera - voto più voto meno – ed una maggioranza in Senato pronte ad alzare le barricate qualora il nuovo governo tocchi paletti irremovibili. In secondo luogo perché il Paese ha dimostrato in più occasioni di avere una memoria molto corta. E Berlusconi, come ha ribadito Alfano, resta il leader del centro-destra.

I PARADOSSI DELLA SINISTRA - Dal suo canto il centro-sinistra non vuole governare. E’ l’obiezione che alcuni elettori muovono contro la presa di posizione del Pd. E la dirigenza del partito, con discutibile spregiudicatezza, conferma e ribadisce il concetto con tutti i suoi uomini. Di fatto un esecutivo di centro-sinistra in questo momento non durerebbe più di quelli capeggiati da Prodi.

E se il leitmotiv terzomondista “un posto dove le regole non esistono ma esistono solo le eccezioni” si adatta perfettamente all’Italia berlusconiana, quello dei “banchieri al potere” sancisce un’ulteriore liaison fra destra e sinistra ‘complottista’. I mutui subprime, e quindi Goldman Sachs, hanno poco a che fare con la crisi del debito italiano, frutto di 30 anni di cattiva gestione del bilancio statale (vedi O.Giannino in Quaderni Radicali). E se anche l’avessero aggravata indirettamente, non si può ignorare che una delle ragioni della crisi finanziaria statunitense è dovuta proprio alla proliferazioni di prestiti “ninja” (no job, no income, no assets): le banche, con scarsa trasparenza e poca correttezza, hanno prestato anche a chi non poteva permetterselo e i poteri pubblici hanno acconsentito per evitare l’esclusione di intere fasce della popolazione dai circuiti finanziari.

L'ALTERNATIVA DELLE 3 "B" - Piaccia o meno, queste sono le alternativa al governo tecnico: Berlusconi, il baratro o il baratto. Per la (buona) politica e le forze sociali pertanto è il momento di vigilare affinché la transizione sia nel segno dell’equità e dell’abolizione dei privilegi.

[15-11-2011]

 
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