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Incontro Corto: Intervista a Matteo Macaluso

Incontriamo Matteo Macaluso

Se vuoi raccontarci la tua esperienza e proporci i tuoi cortometraggi, scrivici a cinema@corriereromano.it 

di Flavia D'Angelo

Dopo aver vinto il Concorso CortiCircuito MArteLive 2010 con il suo cortometraggio Vercinge, Matteo Macaluso è tornato al lavoro, producendo e girando Al Crepuscolo, un corto “di genere” presentato a Parma lo scorso Maggio e che ha già ricevuto un riconoscimento al Festival Horror Indipendente Interiora a Roma. La lavorazione di entrambi i film è partita grazie ad un auto-finanziamento e con risorse piuttosto limitate, alle quali si sono aggiunti investimenti in post-produzione, resi possibili grazie alla pubblicità fatta al progetto attraverso la realizzazione di brevi trailers. L’interesse verso Al Crepuscolo è alto soprattutto all’estero, dove sembra essersi sviluppato un mercato più disponibile verso questo genere di proposte. E’ al circuito dei festival internazionali, più che a quelli italiani, che Macaluso guarda per promuovere il suo lavoro.

Alcuni lavori di Matteo Macaluso sono visibili cliccando qui http://vimeo.com/matteomacaluso

Con “Vercinge” hai sperimentato un sistema di produzione che poi replicato con “Al Crepuscolo”. Puoi parlarci della tua esperienza?

Non credo di poter dire di aver adottato un mio sistema produttivo: normalmente esiste un solo modo per produrre un film e cioè trovare il budget necessario. Il percorso che rende simile la lavorazione di Al Crepuscolo a quella di Vercinge è il fatto che, non avendo trovato inizialmente alcun finanziatore, ho girato il film con le (scarse) risorse di cui potevo disporre. Successivamente, con il materiale alla mano, ho potuto convincere più facilmente qualcuno a investire sul progetto, garantendomi una post-produzione più forte. Credo che l’assenza di un produttore che spinga il film in un’ottica di mercato, per far quadrare i conti, permetta ai cortometraggi una maggiore libertà creativa. Per un corto, che funziona prevalentemente come “biglietto da visita” per l'autore, il circuito dei festival è più importante di un immediato rientro economico. Nonostante questo fatto, credo che il low budget non aiuti affatto chi gira cortometraggi: con più budget a disposizione, sicuramente un regista ha la possibilità di raccontare meglio la propria storia, nonostante la mole di lavoro e le responsabilità siano maggiori.

Quando ti trovi a lavorare con un budget limitato, quali sono le prime voci di costo che tagli?

Parto sempre dalla scrittura, dopodiché quello che sta sulla carta è quantificato in budget attraverso un piano di produzione, in modo da avere un prospetto reale di ciò che serve al film per essere realizzato e per farlo somigliare il più possibile all'idea concepita inizialmente. E' in questa fase che, lavorando con un low budget, iniziano i tagli e bisogna capire cosa è veramente necessario al film. Nel caso specifico di Al Crepuscolo la fase di produzione è quella che ha più risentito dello scarso budget: per esempio, non tutti gli attori del film sono dei professionisti. Il film però offriva la possibilità di un risparmio, usando attori dilettanti, perché lo sforzo richiesto agli interpreti lasciava spazio a una scelta del genere: c'era poco dialogo e poca interazione e, lì dove serviva una voce, potevo usare un attore in fase di doppiaggio.

Come è stato accolto “Al Crepuscolo”?

La più grande, e inaspettata, sorpresa è stata che – nel giro di pochissimo tempo – dagli Stati Uniti sono arrivate recensioni entusiastiche del primo trailer non ufficiale, che avevo pubblicato su Internet. Questo fatto mi ha trovato inizialmente un po' impreparato, perché mi hanno contattato operatori del settore e distributori interessati al film, che non avevo ancora completato. Ho dovuto giustificare la cosa dicendo che non si trattava di un lungometraggio ma di un corto, tuttavia questo non ha inciso molto, sopratutto all'estero. Il corto molte volte è visto come uno strumento utile a valutare un talento: molte case di produzione americane hanno lanciato nuovi registi dal mondo dei videoclip o dei cortometraggi. Dopo aver pubblicato il secondo trailer ho potuto spedire finalmente il film all'estero, ai festival che l'avevano richiesto e agli addetti ai lavori interessati. Qui in Italia capirò presto l'impatto che avrà il film, appena conoscerò i risultati dei festival a cui l'ho iscitto. Per ora il primo che ci ha ammesso in concorso, Il Festival Horror Indipendente Interiora, ci ha portato il premio alla regia: speriamo sia di buon auspicio.

Sia “Vercinge” che “Al Crepuscolo” sono strutturati come dei “film brevi”. Quale pensi che sia la differenza fondamentale (oltre, ovviamente, alla durata) tra un lungometraggio e un cortometraggio?

Ho letto interviste di diversi registi di corti e ho scoperto che ognuno ha una visione diversa di come dovrebbe essere un cortometraggio. Questa è una fortuna, perché almeno vuol dire che ogni opera ha un anima e un approccio differente. Dal mio punto di vista anche in questo caso non esiste una regola: la forma di un cortometraggio è quella definitiva se rispecchia maggiormente l’intenzione del regista, non è detto che un corto debba avere per forza un colpo di scena finale, o debba essere ermetico o sperimentale per definirsi corto, questo è vero se il regista che lo concepisce si esprime meglio con una di quelle forme. Nel mio caso mi piace raccontare i corti come fossero piccoli film. Un film lungo ha più  tempo a disposizione per il racconto e questo implica una serie di cose che in un corto è impossibile raccontare, sia in termini psicologici ed emotivi rispetto ad un personaggio sia in termini di storia. Un corto, però, può rappresentare un momento, una situazione: riflettendo, anche i capitoli di un film alcune volte possono rappresentare dei cortometraggi e potrebbero avere una vita autonoma. Un elemento che secondo me deve appartenere sia al lungo sia al cortometraggio è la capacità di emozionare. Per un giovane regista il cortometraggio è senz’altro una palestra: raccontare per immagini necessita di una pratica, e il mestiere del cinema si impara solo facendolo. Tuttavia oggi come oggi diventa anche un passaggio obbligato: è già parecchio difficoltoso trovare i fondi per un corto, è quindi impensabile pensare di passare al lungometraggio senza aver avuto esperienze più’ piccole, utili anche solo per comprendere il lavoro di squadra che vi sta dietro e imparare un minimo di gestione del budget.

Perché questo interesse così forte verso il genere horror?

Non è mia intenzione essere etichettato come regista horror e so che in futuro, come è capitato anche in passato, spazierò tra opere di diverso genere. Però’ in questo periodo mi sto concentrando maggiormente su questo tipo di cinema per vari motivi. In partenza io amo molto il cinema fantastico in tutte le sue sfumature (fantascienza, horror, noir, thriller), e in secondo luogo soffro molto il fatto che film come questi in Italia non sono girati - se non da una minoranza di registi – oppure non sono distribuiti e ancora, nel peggiore dei casi, sono snobbati dalla critica più conservatrice. Mi piacerebbe dare il mio contributo da questo punto di vista, e Al Crepuscolo sta dimostrando come sia alto all'estero l’interesse per questo genere di film. Volendo fare il salto al lungometraggio non ho potuto fare a meno di considerare che esiste un mercato anche al di fuori dei confini nazionali, quindi è importante tenere presente anche ciò che si muove fuori dal nostro Paese. Sulla base di queste considerazioni stavo preparando già da tempo una sceneggiatura con Massimiliano Niero (sceneggiatore di Vercinge) per un film horror, un misto di atmosfere ispirate ai racconti di Lovecraft girato in Emilia Romagna. Ora però il successo di Al Crepuscolo ci sta aprendo altre possibilità produttive e in parallelo a quello stiamo preparando altri due progetti. Uno è la stesura di un lungometraggio che vedrà una strana commistione tra Vercinge e Al Crepuscolo, un ibrido interessante ma con molte novità. L’altro è una serie web che continui l’universo (appena accennato) di Al Crepuscolo, in modo da proseguire la serie, approfondendone i personaggi e la storia.

Quali sono le cose più importanti che hai imparato girando?

Devo tutta la mia passione per il cinema ai registi con cui sono cresciuto, e più nello specifico alla nuova Hollywood degli Anni '70, mi sento più figlio loro che del nostro neorealismo. Di tutti coloro con cui ho collaborato e continuo a collaborare devo tanto a Matteo Di Simone e Piernicola Di Muro, due professionisti che oltre ad essere competenti rispetto alle figure che ricoprono (sound designer e compositore), sono veri maestri di bravura e umiltà, e il dialogo che si crea con loro durante la lavorazione di un film insegna più di quello che si potrebbe imparare in una qualsiasi Scuola di Cinema.La cosa più importante che ho imparato è che bisogna avere tanta fiducia nei propri lavori e crederci fino in fondo. E’ importante essere concreti senza perdere tempo in congetture: tutti hanno il film perfetto in testa, ma se non è possibile realizzarlo non serve fermarsi e non fare nulla, e molto più utile lavorare tanto e al tempo stesso  maturare le condizioni per il proprio “pro gettone”. Sono felice di tutti i lavori che ho fatto, nonostante tutte le problematiche produttive e gli esiti dei festival.

Alcuni lavori di Matteo Macaluso sono visibili cliccando qui http://vimeo.com/matteomacaluso

Se vuoi raccontarci la tua esperienza e proporci i tuoi cortometraggi, scrivici a cinema@corriereromano.it 
 
 

[14-11-2011]

 
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