Giornale di informazione di Roma - Mercoledi 13 dicembre 2017
 
Seguici sui social:

 
 
 
 
 
Festival del Cinema
 
» Prima Pagina » Cinema » Festival del Cinema
 
 

Incontro stampa "The Lady"

Luc Besson verso l'Oscar?

Di Flavia D'Angelo

Dopo l’affollatissima proiezione stampa di “The Lady”, film di apertura della sesta edizione del Festival di Roma, il regista Luc Besson, la produttrice Virginie Silla e i protagonisti Michelle Yeoh e David Thewlis incontrano i giornalisti per parlare del film di cui si parla come di un possibile candidato agli Oscar 2012.

Quanto è stato difficile ricreare sullo schermo un personaggio vivente ma al tempo stesso impossibile da contattare come Aung San Suu Kyi?

LUC BESSON: Per noi era fondamentale mostrare il massimo rispetto nei confronti di una persona vivente, che ha trascorso ben quindici anni reclusa e con la quale non abbiamo potuto avere alcun contatto. Abbiamo cercato di attenerci il più possibile alla verità, ricreando con cura gli ambienti in cui Aung San Suu Kyi ha vissuto e vive, dalla casa di Rangoon a quella di Oxford.
Quando abbiamo iniziato a seguire il progetto del film la sua reclusione era durata già dodici anni e non sapevamo se e quando sarebbe stata liberata. La notizia della revoca dei suoi arresti è arrivata mentre eravamo a metà circa delle riprese. Ero tornato in hotel a fine giornata quando, accendendo la tv, ho visto delle scene quasi identiche a quelle che avevo appena finito di riprendere: per un attimo ho avuto un vero shock e ho pensato che qualcuno avesse rubato il girato giornaliero.
Il nostro progetto era nato con l’intento non solo di raccontare la vita di Aung San ma anche di attirare l’attenzione sulle condizioni del suo popolo. Ancora oggi la Birmania non ha un governo democratico e Aung San non è libera di lasciare il paese, perché altrimenti il regime non la farebbe rientrare, e il suo partito è stato dissolto.

Una figura fondamentale che emerge dal film è quella di Michael Aris, il marito di Aung San Suu Kyi scomparso nel 1999.

DAVID THEWLIS: Costruire il personaggio di Michael è stato estremamente difficile perché possediamo pochissime sue immagini e filmati. Quasi tutte queste riprese si riferiscono al periodo in cui fu separato di fatto dalla moglie e mostrano una persona preoccupata e triste. Sono riuscito a trovare solo circa tre secondi di filmato che lo mostrano con sua moglie a Rangoon, in uno dei loro momenti felici.
Mi ha molto aiutato incontrare suo fratello gemello, che mi ha permesso di capire meglio cosa sostenesse Michael e le sue convinzioni.

La famiglia di Aung San Suu Kyi ha partecipato alla realizzazione del film?

LUC BESSON: Ovviamente non sarebbe stato possibile realizzare un film del genere senza l’autorizzazione dei familiari. Abbiamo parlato del progetto con i figli di Aung San e abbiamo avuto il loro permesso per portare avanti il progetto, però la famiglia non è stata coinvolta.
I suoi figli sperano di poterla raggiungere un giorno in Birmania e sono molto cauti nell’intraprendere azioni che possano esasperare le reazioni dell’attuale governo del paese. Uno dei figli di Aung San Suu Kyi ha visto il film pochi giorni fa, ma capisco che per loro è molto difficile riconoscere il loro dolore obbligatoriamente trasposto in una forma cinematografica. Credo comunque che non gli sia dispiaciuto.
 
Quanto è stato difficile interpretare sullo schermo una persona tanto amata e rispettata in tutto il mondo?

MICHELLE YEOH: Aung San non è solo amata, ma riverita in tutto il mondo. Il valore della sua lotta riguarda tutti i popoli oppressi del mondo e non solo il popolo birmano. Fin dall’inizio ero sicura di non volerne fare un’imitazione, ma ho cercato di documentarmi al massimo sul personaggio.
Una parte del lavoro è stato di tipo tecnico: sono dimagrita cinque chili per assomigliare a Aung San e ho dovuto imparare a parlare in birmano e anche a rendere il suo accento inglese. Tra ore e ore di filmati ho cercato un momento in cui trapelasse qualcosa dei pensieri e dei sentimenti più intimi della persona. Parte della difficoltà è stata proprio legata all’impossibilità di parlare perfino con le persone che le sono vicino, uno dei figli aveva dodici anni l’ultima volta che ha visto la madre e adesso è un uomo di trenta …

Visto l’argomento del film avete avuto difficoltà particolari durante le riprese?

VIRGINIE SILLA: In alcuni momenti, per circa tre mesi, abbiamo girato quasi in segreto, cambiando i nomi dei personaggi e cercando di non far trapelare a quale storia stavamo realmente lavorando. Tuttavia, lo spirito che ha motivato tutte le persone che hanno lavorato a questo progetto era lo stesso e in questo clima di amore e condivisione lavorare è stato molto più facile.

L’impressione generale è che abbiate raccontato molto della vicenda umana di Aung San Suu Kyi , lasciando in secondo piano la dimensione politica dei fatti …

LUC BESSON:  Penso che la politica sia essenzialmente un affare della stampa, io sono un regista e ho deciso di occuparmi di un altro aspetto della realtà. Ero affascinato dal meccanismo che ha dato a questa donna la forza per separarsi dalla famiglia, separazione che in realtà non ha mai scelto ma le è stata imposta.
Volevo che lo spettatore si interrogasse nel profondo riguardo alle scelte di questa persona, non ho sfuggito la dimensione politica ma neppure mi ci sono focalizzato. Sappiamo che la stessa Aung San non è affatto legata al culto della personalità che si è sviluppato intorno a lei ma, finché questo sarà un mezzo efficace per indirizzare l’attenzione dell’opinione pubblica sulla sua vicenda e sull’attuale situazione della Birmania, credo possa essere utile alla sua causa.
E’ importante sostenere le idee di Aung San anche perché si tratta di una via pacifica alla conquista della democrazia. Certo, la via della non violenza è notevolmente più lenta di altre ma proprio per questo sentiamo di avere il dovere di sostenerla e aiutarla.
 
 

[27-10-2011]

 
Lascia il tuo commento
 
 
 
  CORRELATE