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Voi non sapete

di Andrea Camilleri

di Matteo Colonna

Dopo la cattura di Totò Riina, il 15 Gennaio 1993, Cosa Nostra ha la necessità di cambiare volto; troppo rumore hanno causato le bombe, troppi morti ha lasciato dietro di sé la politica stragista dei corleonesi.
Lo scontro a viso aperto tra la mafia e lo Stato intrapreso da Riina, stava portando alla definitiva caduta dell’impero mafioso e dopo l’arresto del capo dei capi, il fenomeno del pentitismo cominciava a prendere piede.
C’è bisogno di intraprendere un nuovo corso, di adottare una nuova politica strategica, diametralmente opposta a quella finora utilizzata.

La mente del nuovo corso è Bernardo Provenzano, chiamato a ricostruire la tela di affari e gli intrecci della mafia, seguendo la politica dell’immersione, dell’insabbiamento, della discrezione.
Binnu, latitante per quarantatrè anni, con l’aiuto di pochi fidati, cambia anch’egli volto, passando da ‘u tratturi, il trattore che solca implacabile i campi e non lascia niente dietro di sé, ad un capo attento, paziente, comprensivo, talvolta non senza sofferenza, anche transigente, all’apparenza.

Inizia l’era dell’ultimo padrino, fatta di latitanze in casolari di campagna, di sempre meno summit “di presenza”, in cui, ancora una volta, emerge la scaltrezza del vecchio capomafia, che sentitosi braccato dalle forze dell’ordine è costretto ad emanare i suoi ordini su dei “pizzini”, sistema di comunicazione apparentemente arcaico, primitivo, ma che si rivelerà alquanto efficace, svelando una fitta rete di comunicazione, fatta di codici e sottocodici, a quanto pare ricavati dal libro più antico del mondo, la Bibbia; ritrovata nella masseria di Montagna dei Cavalli al momento dell’arresto di Provenzano e abbastanza consultata dal boss corleonese a detta degli uomini della Squadra Mobile di Palermo.

Sono questi pezzi di carta, scritti a macchina, pieni di strafalcioni grammaticali e di “consigli” ai suoi subalterni, gentilmente concessi dalla Procura di Palermo allo scrittore agrigentino, che contribuiscono a ricostruire l’immagine di Bernardo Provenzano, a definire alcuni tratti della sua personalità e a rimuovere almeno in parte l’alone di mistero che egli stesso si è creato in questi lunghi anni di latitanza. Il Maestro di Porto Empedocle mettendo insieme tanti pizzini come a comporre un collage ed estraendone dei vocaboli, ha sapientemente ricostruito il linguaggio con cui il boss comunicava con la sua organizzazione, fatto di parole apparentemente assai comuni ma che svelano ancora una volta il mondo della criminalità organizzata, con le sue regole, le sue concezioni religiose, la devozione dei suoi adepti ad esse ed ai superiori, l’imprescindibile connubio con lo Stato.

Ne viene fuori un “dizionario” come spesso lo definisce il suo “curatore” il cui titolo prende spunto dalle prime parole pronunciate dal boss al momento dell’arresto: “Voi non sapete quello che state facendo”.
Ben lontano dalle sue precedenti opere letterarie, frutto dell’invenzione, in questa opera si mescolano parole sconosciute al pubblico più vasto e la sottile ironia con cui vengono tradotte e parafrasate da chi ben conosce il contesto in cui i fatti si svolgono.

Il suo intento è quello di offrire uno spunto di riflessione sulla società in cui viviamo e sui mali che la affliggono, nonché di generare un ulteriore senso di allarme e monitoraggio costante di particolari fenomeni.
E’ emblematico che all’interno dei pizzini la parola “mafia” non viene mai menzionata.

[20-10-2011]

 
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