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Da Lunghezza a Termini: l’odissea dei pendolari

Ritardi, soppressioni, vagoni stracolmi: il viaggio mattutino di chi dalla periferia deve raggiungere il centro città

“Noi chiediamo solo di viaggiare un po’ meglio, di viaggiare da persone normali e di non essere trattati come bestie. Anzi: le bestie sono trattate meglio”. Si esprime così uno dei tanti pendolari che ogni mattina utilizzano i treni per raggiungere Roma. Treni in ritardo, treni soppressi senza preavviso, treni stracolmi. Si viaggia in piedi. Sembra di stare sulla metropolitana, invece è il treno. “E’ sempre così: ritardi su ritardi, a volte non si riesce neanche a prendere il treno”. Alcuni non ce la fanno a salire: “Prendiamo il prossimo” dicono, con un misto di rassegnazione e speranza. Salutano i compagni di viaggio che sono riusciti a salire e si mettono in attesa di un altro convoglio.

Dalla stazione ferroviaria di Lunghezza a Roma Termini (la linea Fr2) ci vogliono circa quaranta minuti. Ma spesso il viaggio dura molto di più. “Per arrivare a Roma ci mettiamo almeno quarantacinque, cinquanta minuti” dice una ragazza. “A volte anche un’ora e venti” ribatte una signora seduta lì davanti, che aggiunge: “L’incendio che c’è stato alla stazione Tiburtina ha accentuato i ritardi: ci ha rovinati”.
“Mancano le alternative” spiega un ragazzo di 21 anni che sta andando a lavorare: “E’ vero, il treno è in queste condizioni. Ma che faccio, prendo l’autobus? Percorre la Prenestina, ci mette due ore per arrivare a Ponte Mammolo. Faccio l’autostrada che è tutta un cantiere? Il Cotral? Non ci sono alternative, il treno alla fine è la soluzione migliore”.

Sui treni non c’è ombra di controllori. “I controllori? E chi li ha mai visti!” commenta un signore. Con un gesto indica il vagone stracolmo di persone: “Come fanno a passare? E poi hanno anche paura: è successo che hanno chiesto gli abbonamenti ad alcuni viaggiatori, e questi non gli li hanno dati: hanno dovuto chiamare la polizia”.  “Un disabile che da Lunghezza deve arrivare a Roma” prosegue, “deve venire con due o tre persone che lo portino su con la carrozzina. Ma a parte le barriere architettoniche, guardate come stiamo messi: se sale un disabile qui, mi dica lei come può fare…”

Una signora è seduta su uno dei sedili del vagone. È una delle fortunate che si fa il viaggio un po’ più comoda: “Non parliamo di fortuna, per cortesia: si è fortunati se passa il treno. È una situazione che va avanti così da anni”. Inutile anche fare reclami: “Abbiamo fatto comitati, reclami, ma non ci ascolta nessuno. Le lettere rimangono tutte sulle scrivanie”.
I vagoni sono pieni, ma c’è quasi una quiete totale. Solo i ragazzi che vanno a scuola chiacchierano fra di loro. Gli adulti – gli impiegati, gli operai – sono silenziosi. Aleggia una sensazione comune di rassegnazione. “Sì, questa è la linea della rassegnazione” commenta una signora.

[28-09-2011]

 
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