di Svevo MoltrasioGiovane e ambizioso scienziato, cerca una cura all'Alzheimer e per farlo effettua esperimenti sulle scimmie. La ricerca progredisce ma con un'effetto indesiderato: gli animali sviluppano un'intelligenza di difficile gestione.
La celebre saga de IL PIANETA DELLE SCIMMIE, iniziata nell’ormai lontano ’68, si trova di nuovo coinvolta nel turbinio di remake e reboot hollywoodiani: dopo il tentativo di
Tim Burton di dieci anni fa, con un discreto remake disprezzato però dai più, questa volta si ricomincia da capo con una storia prologo delle note vicende. Alla regia il giovane inglese
Rupert Wyatt per un film che in patria è piaciuto a pubblico e critica.
In questo epocale ribaltamento dei ruoli, con gli uomini messi sotto dalle scimmie, la narrazione non si risparmia nessun luogo comune, tra scienziati accecati dal desiderio di scoperta e finanziatori assetati di successo. Il disastro è dietro l’angolo e ogni scelta dei protagonisti affonda la nostra specie. La scrittura dei personaggi principali è piuttosto classica e, anche se con mestiere, tutto rimane in superficie. Almeno per quanto riguarda il contesto umano.
Dall’altra parte della barricata, lo svolgimento è ben più sottile, e il racconto si sviluppa gradualmente con l’affinarsi dell’intelligenza dello scimpanzé Caesar che da cucciolo di trasforma a temibile capo ribelle. La carta vincente del film è proprio nell’ascesa delle scimmie per le quali si finisce per tifare. Come opera d’intrattenimento il film non sconta brutte cadute e i discreti effetti speciali sono utilizzati con ingegno, con scene d'azione ben calibrate, fino al segmento finale avvincente quanto basta. Un primo capitolo che pone buone basi per eventuali seguiti.