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Breivik: l置omo che ha sconvolto la Norvegia

Accusato di terrorismo, rischia al massimo 21 anni

Anders Behring Breivik: il più grande mostro dai tempi della seconda guerra mondiale. Così vuole essere ricordato e così la Norvegia lo ricorderà. È l’uomo che venerdì scorso ha sconvolto il paese scandinavo, l’uomo che ha fatto saltare in aria il centro di Oslo e che poi ha assassinato decine e decine di giovani nell’isola di Utøya. Una carneficina durata un’ora e mezza, portata avanti con sconvolgente freddezza: colpi su colpi, nessuna pietà. Novantatre le vittime, ma i feriti gravi sono tanti e il bilancio è destinato a salire.

Anders Behring Breivik ha 32 anni. La sua fedina penale è pulita. Si definisce un fondamentalista cristiano, conservatore. Sul suo profilo Facebook, bloccato poco dopo l’orrore di venerdì pomeriggio, indicava tra i suoi hobby il boby building e la massoneria, la caccia e i giochi di ruolo online. Si è avvicinato all’estrema destra intorno ai vent’anni. Tra le sue letture preferite ‘1984’ di Orwell e ‘Il Processo’ di Kafka. Meditava di festeggiare il suo atroce gesto con una bottiglia francese di Chateau Kirwan del 1979 e due prostitute di alto bordo. 

Assiduo frequentatore di forum online sull’estrema destra, dichiarava posizioni apertamente anti-islamiche. Nel suo manifesto di 1500 pagine diffuso su internet, Breivik si scaglia contro il multiculturalismo. Per lui gli immigrati, soprattutto musulmani, dovrebbero essere banditi dal Vecchio Continente. Il perché del suo gesto è agghiacciante: avrebbe agito per dare un segnale all’Europa, per salvarla dal marxismo culturale e dall’invasione dei musulmani, quegli stessi musulmani che avrebbero già invaso la Norvegia con la tacita complicità dei laburisti al governo.

Le sue posizioni fortemente contrarie alla socialdemocrazia norvegese, Breivik le aveva esposte più e più volte. Non è casuale la scelta degli obiettivi a Oslo (i palazzi del potere, l’ufficio del premier Stoltenberg) e non è casuale la ferocia scatenata a Utøya, luogo simbolo della socialdemocrazia norvegese. Sull’isola, la mattina di venerdì, era presente anche l’ex premier laburista Bro Harlem Brundtland, tre volte capo del governo tra il 1981 e il 1996, spesso definita la “madre della nazione”. Breivik avrebbe voluto assassinare anche lei, l’ha dichiarato durante l’interrogatorio: sul suo manifesto, la chiama “assassina del Paese”. Forse era lei il vero obiettivo.

Stamattina Breivik è comparso in aula, nella Oslo ferita dalle sue bombe. A testa alta ha ammesso di essere l’autore della strage ma si è dichiarato innocente. Avrebbe voluto una udienza a porte aperte, per spiegare il suo gesto e approfittare della cassa di risonanza dei media. I giudici non l’hanno accontentato. Accusato di violazione della legge sul terrorismo, dovrà scontare otto settimane di carcerazione preventiva di cui quattro in isolamento totale. Eppure rischia solo ventuno anni, vale a dire la pena massima contemplata dal codice penale norvegese. Un asettico calcolo aritmetico ricorda come per ogni omicidio Breivik si troverebbe a scontare 82 giorni di prigione: due mesi e mezzo. La polizia ha precisato più e più volte che se la corte lo riterrà necessario, e se Breivik dovesse essere considerato un pericolo per la società, allo scadere della pena si potrebbe procedere a prolungamenti di cinque anni in cinque anni. 

Ma molti in Norvegia non riescono ad accettarlo. L’orrore è troppo grande per pensare a un Breivik fuori di galera. Quando è arrivato in tribunale a bordo di una macchina, una folla inferocita ha tentato di linciarlo. La vettura è stata circondata, ha dovuto fermarsi: è intervenuta la polizia. Su Facebook non si contano le richieste di un inasprimento delle pene. C’è chi chiede apertamente la pena di morte. 

Sul maggiore quotidiano del paese, l’Aftenposten, sabato mattina il commentatore Harald Stanghelle scriveva che con gli attentati di venerdì pomeriggio la Norvegia ha perso la sua innocenza. Facendo un parallelo con l’omicidio del primo ministro svedese Olof Palme, nel 1986, Stanghelle spiegava come anche per la Norvegia la violenza ha cessato di essere un fattore esterno ma è entrata dentro casa, dentro le vite della gente. La compostezza con la quale finora il paese ha affrontato il dolore è stata esemplare. La domanda è se riuscirà a rimanere lucido anche nell’elaborazione del lutto. Se prevarrà la rabbia, se preverrà la paura, allora la Norvegia potrebbe cambiare. Cambieranno le leggi, cambierà la società. Con una fierezza tutta nordica, sui quotidiani si scrive che un agghiacciante pomeriggio di fine luglio non cambierà nulla, che il paese tornerà quello di prima. Il tempo ci dirà come andrà a finire.

Antonio Scafati

[25-07-2011]

 
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