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Referendum, 4 'Sì' per un unico grande 'No'

Il significato politico del raggiungimento del quorum

Festa in piazza per il raggiungimento del quorum all'ultimo referendum

di Filippo Pazienza

Quattro 'Si', con percentuali bulgare (dal 94,5% del quesito sull'energia nucleare al 95,8% di quello legato ai profitti sull'acqua) e soprattutto sorrette dal 57% dei votanti: il referendum andato in scena nell'ultimo weekend si è trasformato in un successo a suo modo storico. Al di là dei singoli quesiti, infatti, erano 16 anni che la consultazione popolare per eccellenza non raggiungeva il quorum. Al di là dei numeri, non hanno vinto né i 'si', né i 'no' e nemmeno coloro che hanno esercitato la propria libertà non recandosi alle urne: ha vinto la democrazia. Una violentissima folata di vento, capace di abbattersi sul Presidente del Consiglio a due settimane del 'cappotto' subito dal centrodestra in occasione dei ballottaggi validi per le ultime Amministrative.

Sì, perché al di là del consueto 'giochetto' (i vincitori ingigantiscono, i vinti ridimensionano), il referendum ha un significato politico evidente (leggi a proposito il sondaggio indetto dal 'Corriere della Sera'). Non solo perché uno dei quesiti (quello sul 'legittimo impedimento') chiamava direttamente in causa il Premier, ma anche alla luce delle posizioni generalmente assunte da partiti e singoli protagonisti in merito al voto e sulla base dell'analisi ancora 'calda' di quanto accaduto 14 giorni fa a Milano e Napoli. Se a livello popolare l'impatto è stato limitato - alcuni sondaggi evidenziano come abbiamo votato allo stesso modo sia elettori di centrodestra che quello di centrosinistra - nei Palazzi della politica l'eco del risultato risuona chiarissimo.

"L'alta affluenza nei referendum dimostra una volontà di partecipazione dei cittadini alle decisioni sul nostro futuro che non può essere ignorata. Anche a quanti ritengono che il referendum non sia lo strumento più idoneo per affrontare questioni complesse, appare chiaro che la volontà degli italiani è netta su tutti i temi della consultazione": come due settimane fa, e non sarebbe potuto essere altrimenti, la resa di Berlusconi è netta. In attesa del riscontro della verifica che il Governo dovrà sostenere il 21 giugno (al Senato) e il 22 (alla Camera), il messaggio è chiaro: più che sulla gestione dell'acqua o il ricorso al nucleare, la maggioranza degli italiani ha trasformato la sua 'croce' in un referendum diretto contro il Presidente del Consiglio.

Colloquio tra Silvio Berlusconi e Umberto BossiSe il brutto colpo incassato alla Amministrative ha partorito l'investitura di Alfano nell'inedito (per il Pdl) ruolo di segretario nazionale, le conseguenze del referendum sono tutte da valutare ma rischiano di scavare un solco profondo tra le due anime della maggioranza. La Lega, già assai irritata dalla sconfitta di Milano, non ha affatto digerito il secondo k.o di fila: "Alle Amministrative due settimane fa abbiamo preso la prima sberla, ora con il referendum è arrivata la seconda sberla e non vorrei che quella di prendere sberle diventasse un'abitudine. Per questo domenica andremo a Pontida per dire quello che Berlusconi dovrà portare in Aula il 22 giugno". Crollare e andare ora alle urne non conviene né a Berlusconi né a Bossi, ma di questo passo nulla è più scontato. In quest'ottica, si annuncia più che mai bollente il consueto ritrovo leghista fissato per il 19 giugno a Pontida.

Doppia la chiave interpretativa usata sull'altro versante. Da un lato quella politica a tutti gli effetti sbandierata dal segretario del Pd, Luigi Bersani "Quello che ha raggiunto il quorum è un referendum sul divorzio tra il governo e il Paese e il dato sull'affluenza dimostra che l'esecutivo è su una strada diversa da quella su cui viaggia il Paese". Dall'altro quella altrettanto euforica ma meno pungente di Antonio Di Pietro, leader dell'Idv: "Il nostro partito ha chiesto le dimissioni di Berlusconi. Farlo ora in nome dei risultati referendari è una strumentalizzazione. Sono andati a votare sì anche molti elettori del centrodestra. Per rispetto nei loro confronti non possiamo chiedere le dimissioni del governo solo in nome dei referendum".

Il segretario del Pd, Luigi BersaniOcchi puntati su Palazzo Madama, dove il 21 giugno l'Esecutivo è atteso dal primo trabocchetto. Sulla stessa lunghezza d'onda di Bersani si è sintonizzato anche Nichi Vendola, presidente di Sinistra ecologia e libertà: "Oggi il Paese non ne può più e manda un messaggio chiaro: che liberino il campo e consentano all'Italia attraverso elezioni anticipate di tornare a respirare. Questa è ormai una maggioranza assai malconcia - ha aggiunto Vendola - prigioniera di una conflittualità continua, incapace di offrire prospettive di crescita e di sviluppo per il Paese credo sia una maggioranza condannata". Questa, secondo Vendola, l'ultima mossa da mettere in atto per sferrare l'attacco decisivo a Berlusconi: "Il centrosinistra non può che produrre un'alleanza con il popolo dei referendum e mettere al centro del programma di alternativa la difesa e la tutela dei beni comuni. Questa mi sembra la strada maestra che può portare a liberarci dal berlusconismo".

 
 

[14-06-2011]

 
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