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Incontro Corto: Intervista a Giovanni Bufalini

Quattro chiacchiere con il regista Giovanni Bufalini

Se vuoi raccontarci la tua esperienza e proporci i tuoi cortometraggi, scrivici a cinema@corriereromano.it 

di Flavia D'Angelo

Giovanni Bufalin
i, classe 1973, ha attraversato varie esperienze artistiche prima di scegliere di dedicarsi alla regia. Il suo ultimo cortometraggio Domani - per vederlo clicca qui - prodotto da Rosario e Giuseppe Fiorello ed interpretato da quest’ultimo, ha ottenuto il premio della critica alla selezione dei Nastri d’Argento 2011. Come autore e insegnante alla Scuola Romana di Cinema, Bufalini sottolinea l’importanza di costruirsi una carriera basata su solidi studi e di strutturare il cortometraggio con cura, evitando di produrre un “piccolo film abortito”.

Nel tuo curriculum, oltre a molto altro, puoi contare studi ed esperienze di regia, scrittura, fumetto e recitazione. Come sei riuscito a unire tutti questi percorsi nella tua formazione?

La mia prima passione è stata il disegno, anche se il cinema c’è sempre stato. Per tutti gli Anni Ottanta andavo sempre al cinema nelle uniche due sale cinematografiche di Orvieto, la città dove sono nato e cresciuto. Sono diventato, per così dire, “la mascotte” dei proiezionisti: mi lasciavano entrare gratis, bontà loro. Così in quel periodo ho visto di tutto: dalle commedie sentimentali ai film horror. Dopo la Maturità classica, ho seguito la passione per il disegno e sono andato a studiare alla “Scuola del Fumetto di Milano”. Negli anni in cui ho vissuto lì, dedicandomi alla scrittura - non solo di fumetti - ho collaborato nei laboratori di cabaret con quelli che ora sono tra i comici più conosciuti di Zelig, ho recitato e ho continuato a studiare musica. Non mi piaceva, però, come gli altri registi mettevano in scena quel che io scrivevo e recitavo. La vera svolta c’è stata quando ho realizzato Marasma Milano, il primo mediometraggio che ho scritto e diretto, un mondo movie patrocinato dal Comune di Milano: ho capito che la regia mi avrebbe permesso di unire tutte le mie passioni in un’unica attività. Mi sono accorto che la mia “attitudine”, in tutte le esperienze precedenti, era quella di aggregare le persone in un gruppo di lavoro, cioè la base del mestiere di regia. Credo fermamente che studiare sia fondamentale per diventare dei professionisti. Così, dopo dodici anni a Milano e il Master alla “Civica Scuola di Cinema”, mi sono trasferito a Roma, dopo aver vinto le selezioni al corso “Rai Script”. Una volta preso anche quel diploma ho capito che amavo troppo il set per lavorare dietro a una scrivania, come hanno fatto molti dei miei compagni che hanno scelto quella strada. Ho preferito dedicarmi all’insegnamento, che mi permette di conciliare il mio lavoro di autore per me e per altri, e di fare molta pratica sui set, da principio come assistente, poi come aiuto regia anche per autori affermati e, oramai da anni, come regista vero e proprio.

Cosa insegni ai tuoi studenti del lavoro sul set? Vedi per loro sbocchi professionali accessibili nell’industria del cinema?

Agli allievi insegno il mio modo di lavorare che, a parte la tecnica, è l’unica cosa che si può trasmettere quando s’insegna regia o sceneggiatura. Alla “Scuola Romana di Cinema”, di cui sono anche il coordinatore, ho messo insieme una squadra di insegnanti che possono seguire materialmente gli studenti nella creazione, dalla scrittura fino alla realizzazione del prodotto ultimato. Il corso di cinema si snoda su cinque delle materie fondamentali: sceneggiatura, regia, fotografia, montaggio e produzione. Il nostro scopo è fare in modo che le persone capiscano, sopratutto, come orientarsi nel mondo professionale. Li aiutiamo a scegliere tra le varie specificità cosa NON essere, ancor più del contrario. Certamente con una specializzazione “tecnica” come fotografia, produzione o montaggio è più facile iniziare a lavorare immediatamente. Per quanto riguarda la regia e la sceneggiatura, bisogna essere consapevoli che queste attività richiederanno più tempo e una grande tenacia per trasformarsi in un mestiere vero e proprio. Poi, ovviamente, insisto sul fatto che il cinema è un lavoro di squadra in cui la chimica individuale deve far crescere l’alchimia dell’intero gruppo. L’importante è portare a termine il lavoro, al netto di antipatie o contrasti personali: dopo due settimane le lotte intestine sono dimenticate, quello che resterà per sempre è il prodotto ultimato.

Come insegnante e come autore, quali credi che siano gli errori più comuni nella realizzazione dei cortometraggi?

Purtroppo, in Italia ci si approccia al cortometraggio come a un “piccolo film” abortito: nel nostro Paese spesso manca un ragionamento strutturale alla base del corto. Si tende a mettere troppo: troppe tematiche, troppi dialoghi, troppi personaggi… Il cortometraggio più efficace, a parer mio, deve essere semplice: un’idea ben svolta, una connotazione forte, possibilmente un colpo di scena finale e, se ci si riesce, niente dialogo. Un corto che riesca a comunicare senza parole si può proporre più facilmente anche sul mercato internazionale. Se puoi raccontare la trama del cortometraggio in poche parole, allora hai in mano una storia adatta a quel formato.

Si sente spesso dire che, in Italia, il livello medio dei cortometraggi è molto basso…

E’ fondamentale capire che amatorialità e indipendenza sono due cose ben diverse. Indipendenza significa costruire una squadra con la stessa voglia e disponibilità di raccontare una storia, breve o lunga che sia, nella maniera migliore possibile e a partire dai mezzi a disposizione. Magari il risultato finale non sarà perfetto ma – se si lavora cercando di raggiungere comunque lo standard più alto possibile – sarà in grado di emozionare e di farsi notare. L’amatorialità, al contrario, è improvvisazione – accettabile solo per i primi tentativi dei giovanissimi. La mia è la prima generazione che ha iniziato a girare in digitale, col Super vhs, e siamo fortunatissimi a vivere in un’epoca in cui la tecnologia democratizza l’esordio. Poi, però, si deve studiare: ho nella mia esperienza la grande fortuna di saper fare uno storyboard e ho girato spesso in pellicola. Anche quando si gira in digitale, comunque, si devono compiere tutti i passaggi obbligati nell’organizzazione del lavoro, passaggi che non possono assolutamente essere ignorati se si vuole realizzare un prodotto professionale e di qualità.

Cosa si potrebbe fare per migliorare il circuito del cortometraggio in Italia?

Da subito, si dovrebbe cercare di distribuire maggiormente i cortometraggi in sala, abbinati ai lungometraggi, come a volte mi è accaduto. In Italia la diffusione dei cortometraggi resta troppo relegata a una nicchia chiusa di appassionati, affidata quasi esclusivamente ai pochi festival importanti, giustamente molto selettivi e alla miriade di piccoli festival. Comunque, il web ha aiutato moltissimo la fruibilità del corto: prodotti italiani - ma costruiti su standard internazionali - possono avere oggi una visibilità a livello mondiale.

Quale credi possa essere una formula valida per affermarsi con il proprio lavoro sul mercato?

Attualmente sto scrivendo la sceneggiatura di un lungometraggio per il cinema, una commedia degli equivoci prodotta dalla IBLAFILM di Giuseppe Fiorello. Contemporaneamente, però, porto avanti il mio percorso indipendente. Sto lavorando a una serie web, con il noto sceneggiatore di fumetti Roberto Recchioni e ad un thriller horror dal titolo Beware of the Dog, ambientato nella mia terra di origine: la “Tuscia”.  Seguendo un trend esistente in questo specifico genere anche in altri paesi – penso alla Francia o alla Spagna – questo progetto nazionalizza gli archetipi classici del genere slasher. Non ha senso se si è italiani, secondo me, ambientare un horror in un non-luogo, con personaggi che parlano pretestuosamente inglese. Un prodotto così si perde inevitabilmente nel mare di analoghe pellicole, spesso più ricche, sui mercati internazionali. In Beware of the dog usiamo la struttura di genere ispirata al cinema americano degli Anni Ottanta, ma ambientando l’azione nella provincia tra Umbria e Lazio. Due americane in gita ad Orvieto vengono rimorchiate da due fratelli italo-americani al cospetto dei diavoli del Signorelli, all’interno del Duomo. Poco dopo finiranno in pasto a quei diavoli in carne e ossa: non due villain del Ku Klux Klan, bensì due fascisti pederasti del lago di Bolsena. Cane & Bruno ascoltano il liscio invece del country: sono archetipi ma made in Italy. Proprio per questo dunque riconoscibilissimi anche ad un pubblico americano o giapponese. Non  so ancora se riuscirò a trovare tutti i soldi che servono per realizzare il progetto: la sceneggiatura del film è molto “scomoda”.

Per concludere il discorso sulla frammentazione del mondo del cortometraggio e della – vera o presunta – mancanza di spirito comunitario nel mondo del cinema, qual è la tua esperienza?

Esistono rivalità e contrasti. Meno male, dico io, così ci si diverte di più a combattere la guerra dall’interno. E’ necessario riuscire a costruire la propria squadra, abbastanza forte da imporsi nel panorama generale. Fortunatamente, sono riuscito a crearmi negli anni un gruppo di collaboratori affiatato, anche umanamente parlando, attraverso una fisiologica “selezione naturale”. Cerco di lavorare, per quanto è possibile, con lo stesso direttore della fotografia ad esempio, con lo stesso montatore o con Francesca, la scenografa milanese che collabora con me dall’inizio. La strada è impervia e si deve lottare con a fianco un gruppo coeso e compatto, solo così si può inseguire la qualità e preservare “il sentimento” nelle storie che si raccontano.

Per vedere il corto Domani clicca qui.


Se vuoi raccontarci la tua esperienza e proporci i tuoi cortometraggi, scrivici a cinema@corriereromano.it 
 
 

[16-05-2011]

 
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