Giornale di informazione di Roma - Mercoledi 13 dicembre 2017
 
Seguici sui social:

 
 
 
 
 
A tutto gas
 
» Prima Pagina » Sport Roma » A tutto gas
 
 

Intervista a Nino "Ninni" Vaccarella

faccia a faccia con il "preside volante", re della Targa e pilota Ferrari

Nino Vaccarella, il “Preside Volante”, 78 anni ben portati, palermitano doc, diciannove anni di gare con quattro partecipazioni in F1 e tre affermazioni alla Targa Florio. E’ considerato uno dei migliori specialisti di sempre nelle corse stradali. Lo abbiamo intervistato e ci ha svelato il suo rapporto con l’automobilismo, con Enzo Ferrari, i suoi rimpianti, il ricordo dei piloti dell’epoca e l’affetto dei tifosi siciliani.

Che ricordo ha della Targa Florio, cosa ha rappresentato questa gara per Lei e per la Sua Sicilia?
«La Sicilia è stata sempre una terra di grandi tradizioni e la Targa Florio ne fa pienamente parte. Per i siciliani era tutto. Un mitica leggenda, una festa di popolo. Una gara difficilissima, piena di insidie, con curve a salire e scendere, lente e veloci, con diversi tipi d’asfalto. La gente partiva presto dalle case e piantava le tende, accendeva i falò e cucinava aspettando il passaggio dei bolidi. La Targa, per i siciliani, ha rappresentato anche una rivincita sociale, la vittoria di una terra stupenda che a volte è anche un pochino maltrattata e gestita male dai politici».

Quante edizio
ni ha disputato? Ha mai incontrato il patron della Targa Vincenzo Florio?
«Credo di aver perso il conto delle gare disputate alla Targa ma in tutto avrò partecipato almeno 15 volte. Ricordo che solo una volta incontrai Vincenzo Florio; era il 1958 quando partecipai per la prima volta con l’auto del mio debutto sportivo, la Lancia Aurelia 2500. Ero un pilota esordiente, un giovane debuttante e dunque Florio, non mi disse nulla, mi ignorò. Purtroppo quella fu l’ultima Targa per lui, morì qualche mese dopo, il 6 gennaio del 1959».

Qual è l’edizione che ricorda con più emozione?
«La Targa che ricordo con più emozione è indubbiamente quella della prima vittoria. Il primo amore non si scorda mai. Ma ci sono tanti ricordi: la vittoria mi era già sfuggita agli inizi della mia carriera, nel 1960, quando ero a bordo della Maserati Birdcage in coppia con Maglioli. Per la prima volta quell’anno mi sentii un pilota internazionale. Eravamo in testa con quattro minuti e più di vantaggio sugli squadroni Ferrari e Porsche. Stavamo sbaragliando piloti del calibro di Von Trips, Gendebien e Mairesse. Poi purtroppo si ruppe il serbatoio della benzina. Fu una rottura insolita e sfortunata, il serbatoio strisciò sull’asfalto e si bucò. Ricordo poi con grande piacere il 1965. Per me è stato l’anno più bello perché finalmente, in coppia con Lorenzo Bandini, riuscii a vincere questa magica corsa. La Targa era una gara unica perché si correva in mezzo alla gente».

Che rapporto aveva con la gente, con i tifosi siciliani?
«Il pubblico era a contatto con le macchine, con i piloti, non c’erano barriere come ora in F1. Eravamo tutti in mezzo alla gente e questa era la cosa più bella. Eravamo amati, abbracciati e nelle pause i bimbi si facevano le foto nelle macchine. Era uno sport affascinante, umano, spettacolare e di esempio. I siciliani sapevano commuoversi e quindi esprimevano tutta la loro passione. Mi ricordo che i miei compagni e colleghi piloti rimanevano sbalorditi dall’affetto del pubblico. Mi invidiavano perché nei miei confronti c’era una passione che in altre parti del mondo era rara. Graham Hill, ad esempio, mi raccontava che in Inghilterra, in perfetto stile inglese, il pubblico batteva semplicemente le mani, senza scomporsi troppo. In Sicilia invece per me la gente letteralmente impazziva, ancor di più quando sono diventato il pilota da battere. Capitava che se mi ritiravo, il pubblico se ne andava a casa. E’ stata una bellissima storia d’amore». 

Lei ha vinto per tre volte la Targa: nel 1965, 1971 e 1975. Ha colto anche un terzo posto nel 1962 e 1970. Poteva vincere di più nella corsa di casa?

«Si, ci sono stati parecchi episodi sfortunati. Credo che avrei potuta vincerla almeno otto volte. Ho avuto ritiri come quello citato del ’60 quando si ruppe il serbatoio. Nel ’67 con la Ferrari P4 davo due minuti al giro a tutti ma all'ingresso di Collesano per un eccesso di foga urtai un marciapiede deformando i cerchi. Anche nel ’66 potevo vincere. Il mio compagno di allora Lorenzo Bandini uscì di strada andando a sbattere contro un pilota palermitano. Anche nel 1968 con l’Alfa 33 ero in testa con parecchi minuti di vantaggio. Ma durante il suo turno di guida il mio compagno Schultz andò a sbattere».

Quali erano le difficoltà di questa competizione?

«Devo premettere che il campionato sport prototipi in quegli anni (ndR ’60-’70), secondo me, è stato più importante e difficile della F1. Si correva su strada e con vetture di cilindrata maggiore. All’epoca consideravo le F1 come dei go kart, molto leggere e più facili da guidare. Erano infatti solo 1500 di cilindrata contro le 3 o 4 litri delle turismo».

Come si preparava alla gara?
«Mi allenavo molto e alla fine conoscevo il tracciato alla perfezione. Durante la gara in ogni momento sapevo dove mi trovavo, com’era la curva che stavo affrontando ed il suo raggio, e conoscevo naturalmente quello che sarebbe seguito: se un tratto veloce oppure un tornante. Alla Targa ho davvero percorso migliaia di giri; facevo una media di trenta giri all’anno e ho totalizzato, in tutta la mia carriera, circa 500 giri. Ogni tornata conta 72 chilometri, quindi facendo un breve calcolo ho percorso alla Targa la bellezza di 36.000 chilometri totali».

Quando era agli inizi aveva un pilota a cui si ispirava?
«Non ho avuto mai un punto di riferimento, anche se mi appassionai ai racconti dei duelli tra Nuvolari e Varzi che alla Targa, negli anni ’30, si erano affrontati più volte. In particolare ammiravo Achille Varzi che, come me, era molto pulito nella guida. Un pilota elegante, non si scomponeva mai e non si vedevano sbavature nella guida né curvature della testa. Rispetto all’irruenza di Nuvolari preferivo decisamente l’eleganza di Varzi».

Quali sono i piloti con cui ha legato di più e di chi ha avuto più stima?
«Credo che gli anni ’60 e ‘70 siano stati i più belli della storia dell’automobilismo. Si disputavano corse favolose del mondiale sport prototipi. A grandi campioni del passato si affiancavano grandi macchine come Ferrari P1, P2, P4, le Porsche 917 e 908,  l’Alfa 33 e le Matrà. Ricordo che le Ford dovettero progettare una sei litri per battere le Ferrari. Insomma era un campionato stupendo e spettacolare. Tra i piloti di quell’epoca penso al compianto Lorenzo Bandini, con lui i rapporti erano buoni anche se disputavamo solo otto, nove gare all’anno e non era abbastanza per conoscerci bene. A causa del mio lavoro da preside, che mi valse il soprannome di “preside volante”, non avevo mai il tempo per stare con i colleghi oltre ai week end di gara. Certo, con Lorenzo eravamo amici ma c’era anche molto antagonismo tra noi. Ricordo anche Clay Regazzoni, un vero ardimentoso. Lui iniziava la carriera e io la finivo. Eravamo molto legati, abbiamo corso insieme anche a Le Mans. Ho gareggiato anche con molti campioni del mondo: Graham Hill, Joachim Rindt, John Surtess, Chris Amon. Ricordo con particolare affetto anche Willi Mairesse, che consideravo uno dei piloti più forti dell’epoca. Con il belga c’era una bella amicizia, aveva un carattere sanguigno come il mio. Poi c’era l’inglese Graham Hill, da lui ero più che rispettato. Ricordo che nella Targa Florio del ‘62 fu messo in un'altra macchina. Era più lento di me di ben cinque minuti al giro».

Non ha mai pensato alla F1? Ha qualche rimpianto?
«All’epoca non mi attirava la F1. Se avessi corso di più nella categoria forse, dico forse, azzardando un poco di presunzione, anche in F1 avrei potuto vincere un campionato del mondo. Tra l’altro in Ferrari non ho mai avuto la valorizzazione che meritavo, credo ci fossero dei direttori sportivi poco interessati. Eugenio Dragoni ad esempio agevolava molto Baghetti, o il milanese Giampiero Biscaldi. Putroppo in Ferrari c’è stato anche un periodo di esterofilia e di poca considerazione degli italiani, forse l’unico che ha avuto credito è stato il povero Lorenzo Bandini».

Che rapporto aveva con Enzo Ferrari?
«Ferrari aveva un carattere un po’ particolare, incuteva un certo timore, anzi un certo panico. A differenza di altri personaggi dell’epoca come Giovanni Agnelli che invece ti mettevano a proprio agio. Il rapporto con lui devo dire che mi è mancato, forse per queste mie fughe improvvise dovute al mio lavoro da preside. Anche se il Commendatore, secondo me, aveva l’handicap in quegli anni di non venire mai a vedere le gare. Se Enzo Ferrari fosse venuto in pista, visto che era un intenditore, si sarebbe reso conto chi era da valorizzare e chi no. Ma devo ammettere che a Maranello erano pochi i piloti insufficienti».

Vista la scarsa sicurezza dell’automobilismo dell’epoca ha mai pensato ai pericoli corsi? Si è mai sentito un sopravvissuto?
«Certo, si rifletteva molto quando morivano i nostri compagni, come Bonnier, Graham Hill. Si pensava ai pericoli ma poi la passione per correre faceva passare ogni timore. Indubbiamente le corse su strada erano corse difficilissime e molto pericolose. Anch’io ho avuto i miei incidenti; il più grave è stato al Nurburgring, il vecchio ‘Ring’ di 25 chilometri. E’ stato terribile. Sono arrivato lungo ad una curva a 200 chilometri all’ora. La vettura si è ribaltata tra gli alberi della foresta nera ed io sono rimasto sotto l’auto. La benzina mi colava addosso. E’ stato un miracolo che non sia partito il rogo. Me la cavai con una brutta frattura ad un braccio».

Ha mai avuto paura?
«La paura è fatta di attimi. Ho avuto paura quando a Monza nella curva sopraelevata mi si è rotto lo sterzo. Mi sono adagiato sul guardrail e ho strisciato per 400 metri fino a fermarmi. Poi continuai a correre, la passione ti faceva passare i pensieri su incidenti e rischi».

Cosa pensa della cancellazione della Targa? Era ormai diventata troppo pericolosa?
«Si sapeva già da qualche anno che la Targa era al suo ciclo finale, anzi è stata tenuta in vita dalla dirigenza dell’Automobile Club di Palermo perché la Mille Miglia e tutte le gare su strada erano già state eliminate. Penso che sia stato giusto cancellarla, era davvero troppo pericoloso, soprattutto per il pubblico. I piloti che sono arrivati dopo, gli ultimi che ho incontrato come Jackie Ickx, si spaventavano a vedere il tracciato. Ricordo che in Ferrari mi chiesero di fargli capire la direzione della strada. Feci fare ad Ickx un giro in macchina con me; dopo qualche chilometro mi disse: “Ma è pazzesco, dobbiamo davvero correre in questo circuito?’’. Si correva ancora negli anni ’70 ma si sapeva che la Targa era diventata troppo pericolosa. Proprio come gli storici circuiti ora banditi dalle corse, come il vecchio Nurburgring, o Spa».

Cosa è stato per lei l’automobilismo?
«Nella mia vita l’automobilismo è stato tutto, oggi debbo dire che mi dispiace non essermi dedicato completamente alle corse visto che è stata la mia unica grande passione. Facevo infatti il pilota solo al 50%. Lavoravo come preside a tempo pieno ed alle prove dedicavo molto meno tempo dei miei compagni o avversari. Nonostante ciò ottenevo ottimi risultati: facevo delle pole position, dei tempi notevoli nelle sessioni di prova e vincevo su ogni pista. Quando parlano di me si ricorda solo la Targa Florio, questo mi dà molta gioia e soddisfazione perché quello che è successo in Sicilia con 700/800 mila spettatori non è accaduto in nessuna altra parte del mondo. Le mie piste preferite, però, erano altre; quelle veloci, come Spa, Monza, Nurburgring. Mi spiace che il Commendatore non l’abbia recepito. Anche se credo che siano stati direttori sportivi poco capaci a non fargli recepire le mie possibilità. E’ un peccato non aver avuto la considerazione che pensavo di meritare».

La Targa è stata poi trasformata in un rally, le dispiace vedere ora le tribune di Cerda in uno stato di abbandono?
«Fino agli anni ‘80 la Targa Florio è rimasta comunque viva come gara di rally. Vi hanno gareggiato dalla fine degli anni  ’70, poi ’80 e anche i primi anni ’90  i campioni del mondo rally dell’epoca. Poi i palermitani hanno deciso di mollare l’Aci, i presidenti che sono venuti non hanno più gestito l’evento con la dovuta accortezza. E’ difficile paragonare la Targa dei rally con quella degli anni ‘60 o ‘70 ma anche il rally ha avuto il suo seguito, con decine di migliaia di spettatori che accorrevano per assistere alle varie prove speciali».

Professore, quindi dopo gli anni ’70, i riflettori sulla Sicilia del motore si sono spenti.
«Credo che la Targa, dal 1973, abbia perso gran parte del suo fascino. Senza la validità mondiale non era ormai più la passerella dell’automobilismo internazionale di prima. Anche le favole hanno un epilogo».

intervista di Filippo Bellantoni. Tratto dal volume "Tra polvere e bulloni: la Targa Florio", di Aldo Ferrara, Ezio Zermiani, Filippo Bellantoni e Gino Bove
 
 

[18-03-2011]

 
Lascia il tuo commento
 
 
 
  CORRELATE