Giornale di informazione di Roma - Mercoledi 13 dicembre 2017
 
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Cronache di reparto
 
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L'amore ai tempi del colera

Sono sempre stato un tipo piuttosto curioso. Mi piace ascoltare i pazienti, imparo molto più da loro che non dai testi sacri della metodologia clinica. Oggi i miei maestri sono stati i coniugi Farnese. Mi si apre il cuore nel vedere che dopo cinquant’anni di matrimonio, quattro figli e una congerie di nipoti e pronipoti di tutte le età che scorazzano ogni pomeriggio in reparto, siano ancora così innamorati.

Lei trapiantata di reni e ricoverata per un controllo, una di quelle donnine umili e faccendiere che in casa hanno sempre qualcosa da fare e che non si stancano mai. Lui, pacato e sempre attento ai dettagli, avvocato vecchia maniera con la passione per la letteratura. Si sono sposati giovanissimi nei primi anni ‘60: insomma, una vita insieme.

“All’inizio vivevamo in una casa in affitto a Tor Marancia di due stanze soltanto, con un figlio in arrivo e senza uno stipendio fisso. Mi arrangiavo con lavori stagionali di giorno, di notte studiavo da avvocato. Lucia, poverina, portava sempre lo stesso vestito e non si lamentava mai. Quando mi sono laureato e ho trovato il posto fisso le cose sono andate meglio, prima la casa nuova, poi la seconda bambina.”

E mentre racconta non stacca la mano da quella di sua moglie, pur parlando con me continua a rivolgergli ogni tanto qualche occhiata, le aggiusta il bavero della camicia da notte o il lenzuolo quando pende troppo da un lato.

Non so perché mi viene d’istinto associare i signori Farnese ai protagonisti di un romanzo di Marquez, dovrebbe essere "L’amore ai tempi del colera". Sarà per le vicissitudini che seguitano a raccontarmi, di quando si sono separati per un lungo periodo e poi riavvicinati, per la gioia dei quattro figli. O di quando Lucia si è ammalata ed è riuscita a salvarsi solo grazie al trapianto di reni.

Più vado avanti e più mi rendo conto che fare il medico non è un vero è proprio mestiere, è soprattutto una grande fortuna. Le tante storie di vita che raccontano i pazienti, così piene di particolari e così colorate, dalle più tristi a quelle comiche fino a quelle addirittura inverosimili, ci riempiono le giornate. E’ difficile che io ritorni a casa la sera senza aver aggiunto un piccolo granello di conoscenza a ciò che sapevo il giorno prima. Non parlo soltanto di sapere scientifico, noi medici siamo assetati di vita e sappiamo essere anche sorpendentemente romantici.

“Il tempo passa e l’amore cambia. L’entusiasmo dei primi anni di matrimonio si trasforma in pacata saggezza, gli angoli più spigolosi dei caratteri di entrambi li abbiamo smussati con la voglia di andare avanti insieme. Non vede, dottore? Sono ormai vecchio, con le rughe e i dolori alle ossa, ma per mia moglie sarei disposto a fare qualsiasi cosa, proprio come cinquant’anni fa.”

Queste sono le parole del signor Ferdinando. E io non posso non pensare a Rita, mia moglie.

Mi piace immaginare che un giorno, pieni di rughe e di nipoti, ci guarderemo ancora così, come i signori Farnese. Chissà!
Ora che ci penso, a S. Valentino ero fuori per un congresso e all’anniversario di matrimonio facevo il turno di notte. Basta, adesso saluto Lucia e Ferdinando e la chiamo. Stasera la porto a cena fuori.

[29-03-2007]

 
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