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Incontro Corto: Intervista a Mario Piredda

Mario Piredda ci racconta "Io sono qui" e ci parla dei suoi nuovi progetti.

Se vuoi raccontarci la tua esperienza e proporci i tuoi cortometraggi, scrivici a cinema@corriereromano.it    

di Flavia D'Angelo


Mario Piredda, classe 1980, ha già dieci anni di esperienza nel mondo del cortometraggio. Prima della laurea al Dams di Bologna lavora come regista, operatore e montatore video freelance. Finiti gli studi, crea con alcuni amici la Elenfant Film, associazione di autori e tecnici che lavora alla produzione di cortometraggi, alcuni dei quali già visti e premiati in numerosi festival. Il suo ultimo lavoro “Io sono qui” è un ambizioso – e riuscito – cortometraggio che racconta la cronaca con i toni della quotidianità e con un finale tra i più belli visti negli ultimi anni. Il corto è entrato nella cinquina finalista ai David di Donatello e lo si puo' vedere cliccando qui.

Sei nato e hai studiato in Sardegna, prima di trasferirti per gli studi universitari a Bologna. Quanto credi che influisca sulla propria carriera vivere in una grande città?

Sono arrivato a Bologna sicuramente non per diventare un regista. In quel caso avrei dovuto scegliere altre città, come Roma o Milano: Bologna non ha né un’industria cinematografica  né un polo produttivo televisivo, è una piccola cittadina dove si vive bene. L’università è un ottimo pretesto per partire ma, in realtà, a diciotto anni si cerca anche altro: quando si vive in un piccolo paese la voglia di conoscere altre realtà è quasi fisiologica. A Bologna ho trovato un gruppo di persone con le quali lavorare, e con molti sacrifici oggi portiamo avanti – seriamente e con passione - il progetto Elenfant Film. Non credo che vivere in una grande città influisca sulla crescita artistico-cinematografica, anche se aiuta nei contatti, nelle relazioni, nella rete: se hai talento ma vivi in un paesino sperduto e non conosci nessuno, la probabilità di esplodere come regista è quasi inesistente.

Di solito si pensa al cortometraggio come opera basata su un’idea forte e al lungometraggio come genere più adatto a storie complesse. Il tuo ultimo lavoro “Io sono qui” è concepito come un lungometraggio: quali erano le tue intenzioni – e preoccupazioni – durante la scrittura e la lavorazione?

La storia era complessa da racchiudere nel tempo breve del cortometraggio ma è stata una sfida. Sapevo che avrei avuto bisogno di molto più tempo per raccontare quattro personaggi e due location così lontane come la Sardegna e il Kosovo. Ho provato a girare ugualmente quello che avevo in mente, cercando di dare maggior peso alla spontaneità del vivere quotidiano dei personaggi ma tentando di non perdere di vista la struttura narrativa. C’era il rischio, soprattutto scegliendo la strada del montaggio alternato e raccontando una storia che necessita del respiro del lungometraggio, di creare confusione e di dare degli input senza avere il tempo di svilupparli. Il fatto di girare il cortometraggio in due parti a distanza di qualche mese mi è servito come pausa riflessiva per riordinare le idee e rimediare a qualche errore: è come se avessi girato due cortometraggi distinti, e non sempre – a causa dei pochi soldi a disposizione – ci si può permettere una cosa del genere. Devo dire che la mia preoccupazione maggiore era di dover ricreare il Kosovo a Bologna: c’era il rischio di scimmiottare scenograficamente il paesaggio di quelle terre. Per fortuna, finora nessuno ci fa caso e le nostre location sembrano perfettamente credibili.

“Io sono qui” fa riferimento a fatti reali e a situazioni rimaste aperte ancora oggi. Come ti sei avvicinato a questo tema, e che riscontro hai avuto dal pubblico?

Da tempo sentivo la necessità di raccontare una storia su un fatto seriale di cronaca come quello dei militari italiani che tornano dalle missioni ammalati di leucemie e tumori a causa dell’uranio impoverito. Lo stimolo per scrivere è arrivato, però, dopo la lettura di un bando di concorso della Regione Sardegna: “Storie di emigrati sardi”. Soprattutto al Sud, la disoccupazione porta molti giovani alla ricerca della missione all’estero: l’arruolamento volontario è un tipo di emigrazione della mia generazione. Così, insieme alla sceneggiatrice Carola Maspes, abbiamo deciso di raccontare questa storia con leggerezza, evitando un discorso politico o di denuncia più adatto a un documentario di inchiesta. Abbiamo provato a raccontare per immagini l’amicizia e la mancanza, che sono i veri temi del cortometraggio. Finora “Io sono qui” è stato a una ventina di festival, ed è già importante essere selezionati visto che quello dei festival è quasi l’unico canale di diffusione dei cortometraggi e alla preselezioni partecipano centinaia di opere. Abbiamo vinto finora quindici premi, tra cui il Premio Rai Trade al 242 Short Film Festival di Roma, che ci permette la distribuzione televisiva mondiale. Sono molto contento anche del Premio del Pubblico vinto al Corto Dorico: questo tipo di riconoscimento significa che il film è arrivato alle persone in sala.

Quando giri un cortometraggio hai in mente un potenziale “pubblico di riferimento”? Perché in Italia non è ancora nato un forte mercato del cortometraggio?

Non credo che in Italia si girino delle opere pensando a un pubblico preciso, proprio perché da noi questo pubblico non esiste. Perché non è nato un mercato del corto in Italia? In questo Paese tutto è un’anomalia. Michele Innocente, organizzatore generale di “Io sono qui”, di ritorno da Clermont-Ferrand mi ha detto: “ho visto mondi che voi cineasti non potete neanche immaginare” … Mi è capitato di conoscere all’Estero registi di cortometraggi che fanno questo come lavoro, senza nessuna ambizione a raccontare storie oltre i quindici-venti minuti. La differenza con l’Italia è che da noi il cortometraggio è il biglietto da visita per poter accedere al mondo del cinema, e non è riconosciuto come un vero e proprio genere. Fino a qualche anno fa mi capitava, girando per i festival stranieri, di vedere anche una grande differenza qualitativa tra i corti italiani e gli altri: i nostri erano cortometraggi autoprodotti, dal sapore quasi amatoriale. Soprattutto dal punto di vista tecnico c’era una grande differenza, che oggi si è assottigliata grazie all’uso del mezzo digitale.

Tra i cortometraggi italiani, c’è qualche titolo che ti ha particolarmente colpito?

Quest’anno, portando nei festival “Io sono qui”, ho avuto  modo di “scontrarmi” con lavori di ottimo livello, e questa è sicuramente un’occasione di crescita professionale. Alcuni cortometraggi li ho rivisti più volte, come “Habibi” di Davide Delgan o “Rita” di Antonio Piazza e Fabio Grassadonia.

Ci hai detto del tuo impegno con la Elenfant Film. A quali progetti state lavorando? Credi che diventare produttori di se stessi sia, in Italia, una strada obbligata?

La Elenfant Film è un’associazione composta da persone che, come me, hanno la passione del cinema. E’ formata da altri registi, come Davide Rizzo e Adam Selo,  e da persone con una professionalità più tecnica o produttiva, ruoli che sono essenziali quando si costruisce e sviluppa un progetto. In questo momento stiamo lavorando a un progetto di cortometraggio di Davide Rizzo: siamo alla ricerca dei fondi necessari a mettere in scena una sceneggiatura che ha vinto il Pescara Corto Script qualche anno fa e che è stata selezionata a Euro-Connection a Clermont-Ferrand. E’ un film ambizioso e, per una volta, vorremmo realizzarlo con un budget adatto alle esigenze produttive, uscendo dalle dinamiche dell’auto-produzione. Certamente, prodursi da sé è l’unica strada all’inizio: nessuno è disposto a scommettere su di te senza conoscerti. Non a caso i maggiori finanziatori per i giovani registi di cortometraggi sono le famiglie … Per quanto mi riguarda, sto scrivendo un nuovo lavoro, ma sono molto lento. Potrei stare sul set per giorni senza sentire fatica, ma stare su una sedia a scrivere mi stanca. Questo nuovo soggetto - come “Io sono qui” - ha il respiro di un lungo ma poi, quasi sicuramente, sarà ridotto a un breve racconto.

Clicca qui per vedere "Io sono qui" corto finalista ai David di Donatello.

Se vuoi raccontarci la tua esperienza e proporci i tuoi cortometraggi, scrivici a cinema@corriereromano.it   
 
 

[09-03-2011]

 
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