Giornale di informazione di Roma - Mercoledi 26 novembre 2014
 
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La crisi libica e i risvolti per l’Italia

relazioni ad alta pericolosità

di Simone Chiaramonte

Il letto di Putin, la nipote di Mubarak ed il baciamano a Gheddafi. Tre episodi che hanno destato l’ilarità del mondo intero, rappresentando al contempo una sintesi della relazioni intessute in questi anni dal premier Silvio Berlusconi. E che, alla luce degli ultimi avvenimenti internazionali, rischiano di affossare economicamente e politicamente l’Italia.

E’ la tesi di “Heartland – Eurasian review of Geopolitics”, rivista di geopolitica affiliata all’italiana “Limes” e curata da studiosi cinesi ed italiani: “Dall’industria alla finanza, ecco cosa rischia di perdere Roma nella crisi libica”.
Di fronte alla rivolta scatenata dalle sollevazioni delle tribù della Cirenaica, ostili al potere esercitato dai gruppi vicini al “Duce della Rivoluzione” Gheddafi nelle regioni della Tripolitania e del Fezzan, il governo italiano sta pagando le spese della sua maldestra intimità con il regime. “Questi sono i rischi politici ed economici che si corrono quando si hanno legami troppo forti con governi autocratici”. Al di là di considerazioni etiche circa le relazioni di amicizia e partenariato con regimi repressivi, bisogna prendere in considerazione le possibili implicazioni: “Se nel breve termine le autocrazie provvedono ad un certo grado di stabilità politica, i periodi di transizione in queste regioni sono spesso tumultuose. La prudenza dunque dovrebbe costituire il protocollo diplomatico da seguire nei rapporti con questi paesi”.

Non è stato così per l’Italia, basti ricordare i diversi accordi bilaterali conclusi con la Libia dalla metà del decennio passato. Quello più incisivo e maggiormente pubblicizzato è stato il “Trattato di amicizia, partenariato e collaborazione”, risalente all’estate del 2008, esplicitamente presentato dal premier italiano come uno strumento volto a bloccare l’immigrazione irregolare via Mediterraneo e a soddisfare la sete di idrocarburi. Amicizia rinnovata nel corso degli anni con cavalli berberi in cerimonie regali, tende beduine in parchi pubblici, lezioni magistrali nella più grande università italiana e schiere di “gheddafine” pronte al sacrificio.
Cinque miliardi di dollari nell’arco di venti anni non sono offerti in regalo dai contribuenti italiani ai cittadini libici: le riparazioni per i danni del colonialismo sono pagate attraverso una tassa sui profitti realizzati dalle compagnie energetiche italiane in Libia. E gli stessi profitti dovrebbero spingere altre industrie italiane a trasferire all’estero i propri impianti produttivi, facilitate da una serie di esenzioni fiscali.

Come ricorda "Lavoce.info",  la Libia si colloca rispettivamente al primo e al terzo posto fra i nostri fornitori di petrolio e gas naturale, l’Italia è il primo acquirente del greggio libico e gli idrocarburi rappresentano circa il 99 per cento delle importazioni italiane dalla Libia. Le rivolte hanno costretto l’Eni a chiudere il gasdotto Greenstream, che connette Mellitah a Gela in Sicilia, e ad interrompere le attività petrolifere. La crescita dei prezzi potrebbe arrestare la lenta ripresa dell’economia italiana, ha ipotizzato il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi. Eni considera “inevitabili” ulteriori aumenti “nei prossimi giorni, se la produzione di 1,2 milioni di barili al giorno della Libia continua a non poter essere dislocata sui mercati”, ha affermato Gianni Di Giovanni, responsabile comunicazione esterna.

La seconda criticità riguarda il futuro incerto delle imprese italiane in Libia. La più colpita pare essere Impregilo, principale gruppo italiano nel settore delle costruzioni, il cui titolo nei giorni scorso è precipitato. Le principali perdite hanno poi riguardato Ansaldo, Eni, Finmeccanica. Ed il futuro delle imprese italiane in Libia non è nelle loro mani: quali che siano gli esiti della rivolta, chi eserciterà il potere in futuro potrebbe rivedere i contratti esistenti, rinegoziarli o farli a pezzetti. L’indecisione del governo italiano sicuramente non ha aiutato, solo tardivamente è giunta una presa di posizione: il primo marzo il ministro della Difesa Ignazio La Russa ha annunciato pubblicamente l’annullamento del Trattato del 2008: cosa accadrà alle imprese italiane?

In terzo luogo occorre guardare, con preoccupazione, agli investimenti della Libia in Italia. La Lia (Libyan Investment Authority), holding che gestisce fondi d'investimento del governo che provengono dall'industria del petrolio e del gas in varie aree del mercato finanziario internazionale, ha diversi assets italiani nel proprio portafoglio, riconducibili ad ‘iconic brands’ come la Juventus e la Fiat. Investimenti che spesso sono giunti in concomitanza con la crisi economica globale, che hanno permesso alla Libia di divenire il principale azionista di Unicredit,  con una quota di capitale pari al 7 per cento. Il fondo sovrano e la Banca centrale libica, a conflitto ultimato, potrebbero concentrarsi sulla ricostruzione del Paese, liquidando le partecipazioni?

Non solo dilemmi sulla tenuta delle relazioni economiche ma anche preoccupazioni per il crescente isolamento dell’Italia in politica estera. I rapporti personali di Berlusconi con i leaders del Maghreb sono stati fortemente criticati da Washington, basti pensare alle recenti rivelazioni di Wikileaks. Una conferma è giunta nel corso delle attuali crisi nord-africane, in cui l’Italia pare essere stata completamente bypassata dalla comunità internazionale. Nonostante il Mediterraneo rappresenti il suo naturale dominio geopolitico.

SULLO STESSO TEMA SI CONSIGLIANO:
-"L’internazionalizzazione della rivoluzione libica", Limes 
-"Qualche considerazione sul secondo esodo biblico annunciato", Fortress Europe

[05-03-2011]

 
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