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Il Gioiellino

di Andrea Molaioli. Con Toni Servillo, Remo Girone, Sara Felberbaum

Di Flavia D'Angelo

La Leda è un piccolo “gioiellino” italiano: ha diversificato prodotti e investimenti, si sta espandendo nei mercati dell’Est e garantisce ai suoi dipendenti – e a tutta la provincia – benessere e sicurezza. Ma non tutto è come sembra: la gestione di Amanzio Rastelli e del direttore finanziario Botta non riesce ad adattarsi alle logiche di mercati finanziari sempre più complessi e ai nuovi meccanismi del potere – e della corruzione – italiani. In dieci anni la società giunge inesorabilmente al fallimento.

Andrea Molaioli torna alla regia dopo il pluri-premiato – dieci David di Donatello – LA RAGAZZA DEL LAGO e lo fa con un film che si annuncia controverso già nel rimando allo scandalo Parmalat. Senza voler girare un “film-inchiesta” Molaioli e i co-sceneggiatori Romagnoli e Rampoldi rivisitano liberamente i fatti dell’inchiesta che coinvolse l’azienda di Collecchio – e rovinò molti piccoli risparmiatori – mescolando spettacolo e ammonimento. Protagonisti Toni Servillo (Ernesto Botta) e Remo Girone (Amanzio Rastelli).

IL GIOIELLINO ci precipita nel claustrofobico mondo del capitalismo familiare italiano, individuando nella provincia parmense (in realtà il film è girato in Piemonte) un laboratorio sociale in cui valori, reputazione e fede si sposano con corruzione, menzogna e irresponsabilità. Le stanze maestose e buie della Latte Leda diventano la metafora di un mondo in cui molti mentono a tutti e ognuno a se stesso.
Molaioli ci precipita senza introduzione (e interruzione) alcuna in una realtà pervasa dal male, in una spirale senza uscita di stanze del potere e amicizie importanti, scegliendo di raccontare il fallimento della Leda a partire dalle relazioni umane che s’intrecciano al suo interno.

La scelta di seguire la dissoluzione dell’azienda mettendo al centro del racconto la dissoluzione – etica e in alcuni casi psicologica – dei protagonisti è sicuramente interessante, anche se Molaioli si dimostra più a suo agio con uno stile di regia descrittivo e sembra mancare del coraggio necessario a usare più frequentemente i “toni forti”.
Nonostante alcune incursioni russe meno riuscite e poco amalgamate con il resto, la formula didascalico-metaforica funziona – e non è poco – riuscendo a comunicare che, qui e oggi, l’incredibile è reale tanto quanto i paesaggi della provincia italiana.
 



votanti: 2
Secondo te quanti euro merita??
 
 
 

[02-03-2011]

 
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