Giornale di informazione di Roma - Domenica 25 settembre 2016
 
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Anche un cittadino pu sbagliare

Grillo sta perdendo pezzi di elettorato. E' lui il problema?

di Enrico Ferrara

Mi è servito del tempo per capirlo, il necessario per metterlo alla prova dei fatti e valutare, ma alla fine ho realizzato. Ho capito che anche un cittadino qualsiasi, indignato né più né meno degli altri, si può sbagliare.

Lo confesso: alle elezioni politiche di fine febbraio, mi sono fatto anch’io travolgere e accecare da quel turbinio indistinto e rapace di sentimenti, oggi comuni e condivisi. Rabbia, sdegno, una certa volontà persecutoria nei confronti di chi ha la colpa diretta e indiretta di una degenerazione morale e politica, che si è ripercossa su più generazioni, hanno prevalso sull’appartenenza e sulla condivisione di una visione prospettica, che nulla aveva a che fare con il movimento.

Non è stato, il mio, come credo quello di tanti altri, solo una preferenza negativa, bensì anche propositiva. Ho sperato, mi sono piacevolmente fatto persuadere dall’illusione che potessero davvero contribuire a cambiare il corso delle cose. Se non nella sostanza – la storia ci insegna che i rivolgimenti fulminei e repentini si consumano sempre nel sangue e non appartengono ai sistemi che si vogliano definire democratici – almeno nel metodo, nelle modalità di agire e condurre il potere. E ritengo che in parte, su questo punto - quasi come l’advocatus dell’antica repubblica romana, che incutendo timore e rispetto, assisteva rimanendo in silenzio – ci siano riusciti.

Alla fine, alla prova dei fatti, è mancata l’arma più importante: la strategia politica. Pensavano di entrare, sbaragliando tutto e tutti, poteri e potenti, e di sostituire ai meccanismi consolidati il loro. Se l’ingenuità è un peccato da assolvere, la tracotanza non può non essere censurata. Alla mancanza di un indirizzo preciso e alla carenza abissale di un qualunque ragionamento politico, si sono affastellate, chiare e impietose, la scarsa attenzione per la selezione e la eterodirezione del leader. Mali consolidati e ben noti, tipici dei partiti che vogliono scardinare dalle fondamenta.
Non volevano – chissà se hanno cambiato ora idea – regole scritte, né dotarsi di statuti o rigidi schemi organizzativi, rei per loro di avere sempre frustrato la democrazia interna dei sistemi di rappresentanza. Non volevano finire come le “scatole vuote” della democrazia rappresentativa, senza contenuti né partecipazione. Eppure, non avendo né culturalmente né mentalmente altro modello cui riferirsi, ci sono cascati anche loro.

La democrazia, senza regole certe e predeterminate, diventa anarchia. La gestione del potere, quando non è affidata anche nella sostanza alla responsabilità di una rappresentanza orizzontale, finisce per essere concentrata nella verticalità del comando di un leader carismatico. Ed è proprio la presenza di quest’ultimo che ha sempre caratterizzato e permesso, nella storia dei massimi sistemi costituzionali come nella vita organizzativa che sperimentiamo quotidianamente, l’autocrazia dell’uno contro la sintesi del dibattito democratico.

Sono andati allo sbaraglio i “cittadini” del M5S. Immobili e ubbidienti alle direttive di un leader che fa e disfa, appaiono sottomessi. Resisi ininfluenti politicamente, stretti nella morsa della partitocrazia che li ha sconfitti per sopravvivere, rischiano di non servire a nulla, di non poter contare nulla.
L’esperimento di democrazia partecipativa, cui stiamo assistendo da più di un anno, ha dimostrato limiti e commesso errori, dai quali, lo spera chi scrive, ci si può emendare selezionando e affrancandosi. Selezionando una classe dirigente valida e preparata, con criteri meritocratici più stringenti. Affrancandosi da una linea eteronoma e dagli aut aut del capo, che non ha mai dato l’impressione di avere concesso il potere ai suoi.

@enricoferrara1

 
 

[13-06-2013]

 
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