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Sharon Van Etten @ Circolo degli Artisti, Roma

Intensa data romana della cantautrice americana


di Rosario Sparti      

Una domenica come tante. Una domenica, però, che in serata prende la forma del giorno perfetto. E tutto questo grazie a una splendida ragazza del New Jersey, una cantautrice senza paura di niente. Non a caso salendo sul palco è la prima cosa che tiene a far sapere intonando la sua "Afraid of nothing". Il suo nome è Sharon Van Etten e non deve risultare sconosciuto ai più, dato che il Circolo degli Artisti è pieno come raramente capita. Preceduta dal country-blues di Marisa Anderson, l'americana, accompagnata dalla sua band, durante la sua esibizione gioca a nascondersi dietro ai capelli, sintomo di timidezza e ricerca di carismatico mistero. Ma la sua musica non nasconde nulla, grazie a testi colmi di straordinaria intimità, così come l'atmosfera che si respira in sala.

Van Etten, nonostante l'aria di cupezza che ruota intorno alle sue canzoni, è leggera, solare, non manca di scherzare col pubblico, con cui cerca un costante dialogo; così non stupisce che, dopo circa un'ora e mezza di set, ritorni sul palco per regalare ben due bis. La maggior parte dei brani eseguiti proviene ovviamente dal suo ultimo lavoro, quell' ARE WE THERE che ne ha consacrato il talento; un album, forse, meno intenso del precedente TRAMP, ma più eclettico e maturo. Una dopo l'altra sflilano "Taking Chances", "Tarifa", "Break me" fino alla solare "Every time the sun comes up", a cui si affiancano brani inediti su disco come "Tell me" e "I don't want let you down". Chitarra elettrica e acustica si alternano, con l'eccezione della parentesi pianistica di "I Know", nel racconto di sè che Van Etten condivide col pubblico.

Si pende dalle sua labbra in attesa del momento in cui il dolore raggiunge la sublimazione, un istante che dura sei minuti e prende il titolo di "Your loke is killing me", apice della serata e climax emotivo di un concerto che già aveva più volte emozionato (una menzione speciale per l'omaggio a Lou Reed con l'intesa "Perfect Day"). Il canto disperato della musicista non è mai pietistico, cerca solo l'intensità massima dell'emozione senza vergognarsene, quando intona versi come “Break my legs so I wont walk to you// Cut my tongue so I can’t talk to you//Burn my skin so I can’t feel you//Stab my eyes so I can’t see you.”, si percepisce tutta la sofferenza di chi è uscito da un tunnel di angoscia e rievocandolo continua a soffrirne senza censurarsi. Sul palco, ancora una volta, quelle piaghe tornano ad aprirsi e le canzoni sono tinte del sangue che proviene da quelle lacerazioni.

Certo, come si nota dall'ultimo album, l'artista oggi sembra essere pacificata, ma a sprazzi trapela intensissima ancora quell'intensità, allo stesso modo del suo sguardo che improvviso appare per pochi minuti liberatosi dalla maglia protettiva della frangetta. Uno sguardo che ti legge dentro, tra il rimpianto per amori passati che non si riesce a cancellare e desiderio di nuovi innamoramenti, facendoti tornare a casa barcollante per la momentanea riapertura di vecchie ferite.

[08-12-2014]

 
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