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Ciro Esposito non ce l'ha fatta

dopo 50 giorni il tifoso napoletano morto al Policlinico Agostino Gemelli

Ciro Esposito è morto. Ha lottato fino alla fine ma nelle ultime 48 ore le sue condizioni, già disperate, si erano ulteriormente aggravate. Ciro Esposito è morto. Spirando all’alba. Dopo un’agonia di 50 giorni al Policlinico Gemelli, che ha fatto il possibile per alimentare le speranze di sopravvivenza del trentenne, ferito il 3 maggio scorso prima della finale di Coppa Italia tra Fiorentina e Napoli. A colpi di arma da fuoco, nel tentativo di difendere altri tifosi, alcuni bambini, che volevano andare a vedere solo una partita. Una festa tramutatasi in tragedia, l’ennesimo dramma consumatosi in nome di uno sport malato e per il quale non si vuole trovare la cura. L’ennesimo morto inspiegabile in una giornata che doveva essere di festa e che si è trasformato in un incubo.

Ciro Esposito è morto. Una famiglia è distrutta. Una famiglia stanca che ora chiede solo silenzio, giustizia, e che il corpo del loro figlio torni a Napoli il più presto possibile. Tradita da uno Stato incapace di proteggere, umiliata dal silenzio delle istituzioni e dal rumore dei media che, ancora una volta, hanno dimostrato di non avere pietà per chi soffre. E da uno sport capace di trasformare persone in bestie arrabbiate, accecate dall’odio, pronte ad uccidere. Ieri, il presidente della Federazione Giuoco Calcio si è dimesso. Perché l’Italia ha perso contro l’Uruguay. La sua onestà intellettuale lo ha costretto a lasciare. Chissà dove era l’onestà intellettuale 50 giorni fa, quando per una partita di calcio sono state lanciate bombe carta verso un pulmann carico di famiglie, di bambini. Ciro voleva aiutarle, proteggerle. Gli hanno sparato ed oggi è morto. Ieri, nemmeno una parola, un ricordo, un rimorso. Lo psicodramma post eliminazione non accetta concorrenze. C’è lutto e lutto, evidentemente.

 
 

[25-06-2014]

 
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