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Gli invisibili
 
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Kotoko

di Shinya Tsukamoto. Con Cocco, Shinya Tsukamoto

di Rosario Sparti

"Without you
The tide comes in... goes out.."

Avete mai provato la sensazione d’amare qualcuno così tanto da rimanere bloccati dalla paura, impietriti dal timore che una vostra parola o un gesto potessero provocare una reazione irreversibile, come se tutto questo amore fosse una campana di vetro, sotto la quale schermarsi, pronta a infrangersi in mille pezzi da un momento all’altro? Avete mai provato l’angoscia di non essere in grado di proteggere quella persona, perdendola per sempre a causa di una vostra mancanza, fonte di un’ossessione che vi seguirà per tutta la vita, come una madre che cerca di salvare il figlio dalle insidie di una guerra ma, per evitargli torture e sofferenze, finisce per ucciderlo con le proprie mani? Queste sono le sensazioni, degne del peggior incubo, che la protagonista vive nell’ultimo film di Shinya Tsukamoto, senz’altro uno dei suoi lavori più riusciti.

Tutto ruota intorno al rapporto tra Kotoko, giovane madre, e suo figlio, bimbo senza padre. La ragazza, da anni soffre di un disturbo allucinatorio che la porta a vedere le persone sdoppiate, fisicamente separate nella parte buona e cattiva che è dentro ciascuno di noi, vivendo con il terrore che la parte malvagia della gente possa farle del male. Con la nascita e la cura del bambino, le paure aumentano, l’inadeguatezza di Kotoko al ruolo di madre diventa sempre più evidente, finendo per farla vivere nel timore costante che qualcuno, addirittura lei stessa, possa nuocere alla salute di suo figlio. I dubbi finiscono per diventare una vera prigione, così i servizi sociali non possono che toglierle il bambino e affidarlo alla sorella. Kotoko, ormai sola, sembra condurre un’esistenza priva di senso finché non incontra un uomo, uno scrittore dalle tendenze masochiste, apparentemente in grado di comprenderla.

 L’ossessione per un amore prigioniero della paura è, allo stesso tempo, causa e inibizione di chi come Kotoko, non può né vivere con suo figlio né starne lontana, schiava di questa duplice impossibilità. Una schizofrenia sentimentale che si coniuga a un disturbo psichico, condizione che il regista ci fa vivere dall’interno della mente della protagonista, così che lo spettatore possa condividerne l’incertezza, l’ansia e l’orrore di ciò che sembra poter accadere ogni singolo istante. Una scelta estrema, memore di un capolavoro come REPULSION di Polanski, che ci accompagna nell’incertezza del futuro e il desiderio di protezione che tormenta la protagonista, una paura per ciò che potrà accadere che diventa simbolo di una condizione psicologica del Giappone odierno. Lampi di consapevolezza per ferite non ancora rimarginate.

 Durante la visione veniamo travolti da una estrema delicatezza, in tinta pastello come le scenografie di carta e luci della sequenza dei giochi, e una straordinaria dolcezza, come le canzoni intonate dalla protagonista bagnata dalla pioggia, in una scena di grande emotività. Veniamo lacerati dall’orrore del sangue, temuto e desiderato, come nel caso del personaggio dello scrittore, interpretato con abilità dallo stesso Tsukamoto. L’esplorazione del corpo umano con le sue patologie e pulsioni, tematica sempre presente nell’opera del regista, è scandagliata attraverso la fisicità della protagonista - emblematico il suo ripetuto tagliarsi con una lametta per “sentirsi viva” -  che, attraverso le movenze e la voce (le canzoni sono il filo rosso che unisce la storia), ne mostra la fragilità. L’estrema solitudine della condizione di madre. Un bisogno d’amore che sfiora la follia, fino a cibarsene.

Al centro dell’opera è Cocco, cantante nota in patria, che dà vita a una performance attoriale strabiliante, concedendosi totalmente alla cinepresa. Una generosità a tutto tondo, infatti, l’attrice ha collaborato sia in sede di scrittura sia in altre vesti tecniche, rappresentando la vera musa ispiratrice per la pellicola. Un progetto indipendente, girato in un digitale ben fotografato, in cui il regista ha goduto d’assoluta libertà realizzandolo come one man band, occupandosi di regia, montaggio e fotografia. Elementi che non possono che porre l’accento su come il film sia indubbiamente personale, su come il risultato finale sia molto sentito. A tratti la claustrofobia della messa in scena si trasforma in una intimità imprevista, così come l'orrore di alcune situazioni si tinge d'uno humor inaspettato. Una pellicola inclassificabile, che segna un distacco dalle opere precedenti del cineasta quasi a decretarne una maturità umana, non solo registica. Un film disturbante, che dopo la visione persisterà a lungo nella memoria. Seppur difficilmente si avrà voglia di rivederlo.

[18-05-2013]

 
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