Giornale di informazione di Roma - Mercoledi 28 settembre 2016
 
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Non essere cattivo

di Claudio Caligari. Con Luca Marinelli, Alessandro Borghi, Silvia D'Amico

di Alessio Palma

Ostia, 1995. Vittorio e Cesare hanno poco più di vent’anni e sono come fratelli. Notti in discoteca, macchine potenti, alcool, droghe sintetiche e spaccio di cocaina. Quest'esistenza ai limiti ha però un costo e Vittorio col tempo inizia a desiderare una vita diversa: incontra Linda e per salvarsi prende le distanze da Cesare, che invece sprofonda inesorabilmente. Si ritrovano qualche tempo dopo e Vittorio cerca di coinvolgere l’amico nel lavoro. Cesare sembra finalmente intenzionato a cambiare vita, frequenta Viviana e sogna di costruire una famiglia insieme a lei.

Claudio Caligari, recentemente scomparso prima di poter terminare il montaggio di questo suo ultimo film, ha avuto una carriera sfortunata, emblematica delle logiche che governano il cinema italiano ai piani alti. Dopo un apprendistato nel documentario, esordisce nel 1983 con AMORE TOSSICO, su un gruppo di tossicodipendenti a Ostia. Il film viene accusato di sensazionalismo ma oggi appare come un'impressionante radiografia sull'epoca del riflusso e della generazione uscita dal '77. Nonostante il clamore suscitato, i produttori non investono sui progetti successivi del regista, fedele alla sua concezione provocatoriamente “bassa” della pratica cinematografica. Solo quindici anni più tardi Caligari riesce a girare l'opera seconda, L'ODORE DELLA NOTTE, probabilmente la sua migliore, uno spaccato della criminalità romana negli anni '70 reso attraverso uno stile selvaggio, caleidoscopico, in uno dei rari film scorsesiani del nostro cinema. Con NON ESSERE CATTIVO la virulenza del cinema di Caligari non arretra di un millimetro ma se possibile è ancora più spietata e radicale.

La prima scena cita alla lettera l'incipit di AMORE TOSSICO, ma poi il film prende altre strade, senza rifugiarsi nella contemplazione nostalgica. Siamo negli anni '90 del finto “miracolo italiano” appena inaugurato, resi con precisione di dettagli ma senza perfezionismo filologico. La prima parte segue la vita folle dei due protagonisti, Vittorio e Cesare, con un impeto puramente descrittivo, procedendo per accumulo di scene essenziali a far capire allo spettatore il contesto sociale in cui queste vite si sviluppano, in una coazione a ripetere sconfortante fatta di spaccio, rapine e consumo di qualsiasi sostanza capiti a portata di mano. Senza denunciare alcunchè, ma limitandosi giustamente a raccontare, il film solleva una questione implicita ma chiara: lo Stato è assente, le istituzioni non si fanno carico di nulla, la polizia è un argine puramente repressivo. In questa fase, il montaggio di Mauro Bonanni aggredisce gli occhi imprimendo un ritmo del tutto inedito nel cinema italiano odierno ma è capace anche, all'occorrenza, di rallentare, di concedersi sfumature più liriche, ricorrendo alle dissolvenze nei rari momenti di tregua. Il primo atto si conclude con uno stupendo turning point, reso in maniera tutta visiva, un letterale sputo in faccia allo spettatore da parte di chi, come Vittorio, prende coscienza di non poter più andare avanti e di doversi tirare fuori dal giro. A quel punto il film costruisce una drammaturgia più corposa, sviluppando le figure femminili che fino a quel momento erano rimaste sullo sfondo dell'esistenza dei protagonisti, a cui viene concessa una decisiva, quanto illusoria, funzione salvifica. E' proprio in questa circolarità senza vie d'uscita che Caligari dimostra l'onestà del proprio approccio: rifiutando qualsiasi attribuzione di eroismo alle gesta di Vittorio e soprattutto di Cesare (il personaggio più complesso e tormentato) dimostra conoscenza e rispetto del mondo rappresentato. Anche la chiusura, che può apparire finalmente come una nota di speranza, è in realtà ambigua e, più che aprirsi ad un futuro possibile, getta una luce sinistra su ogni possibile sviluppo, come già in precedenza lo spettatore ha avuto modo di vedere: per un padre che imbocca la via retta, c'è sempre un figlio che tenta la scorciatoia, quella del lavoro sporco e dei soldi facili.

Il pregio di NON ESSERE CATTIVO è di raccontare tutto questo affinando il più possibile lo stile e i particolari, a partire da un gergo romanesco finalmente vivo e pulsante, lontano dalla ripulitura di tanta fiction e tanto cinema, per proseguire con una direzione degli attori meticolosa (Marinelli e Borghi, eccellenti, lavorano sull'interazione fisica tanto quanto sulla dizione) e una capacità, pur nella compattezza della narrazione, di sviluppare singole sequenze memorabili dove il realismo cede il passo all'astrazione (l'attesa nella baracca vuota, l'allucinazione in autostrada), in una dialettica costante tra i paradisi artificiali e l'inferno in terra.

 



votanti: 4
Secondo te quanti euro merita??
 
 
 

[16-09-2015]

 
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