Giornale di informazione di Roma - Giovedi 29 settembre 2016
 
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Louisiana (The Other Side)

di Roberto Minervini.

di Alessio Palma

Un documentario sulla zona di West Monroe, nel nord della Louisiana. Un territorio ai margini, abitato da una comunità che vive sul confine tra anarchia e illegalità, dove la droga è una presenza costante, il possesso di armi da fuoco una necessità e la politica risulta completamente assente.

Non è affatto semplice giudicare un film come LOUISIANA (THE OTHER SIDE). Il lavoro di Minervini, regista italiano da diversi anni residente negli Stati Uniti, rappresenta un tipico esempio di documentario etnografico con tendenza allo sviluppo di una linea narrativa, quindi, di conseguenza, alla messa in scena di alcune situazioni. Vale a dire che Minervini s'immerge completamente nel contesto che decide d'immortalare senza però precludersi la possibilità di manipolarlo al fine di ottenere un abbozzo di drammaturgia, evidente in particolare nella prima parte del film. Si tratta, ovviamente, di un modo di procedere rischioso, che pone al documentarista un continuo problema etico sul suo ruolo di testimone e sul suo eventuale diritto di alterazione del reale, per quanto sia sempre difficile in un film come questo accorgersi delle interpolazioni, nonché stabilire chi stia sfruttando chi, tra regista e personaggi.

 Tanto più che il materiale di cui è costituito LOUISIANA (THE OTHER SIDE) è in partenza problematico: dapprima seguiamo Mark e Lisa, una coppia dipendente dalla metanfetamina (che Mark produce e spaccia) e i loro tentativi di sopravvivenza, tra lavoretti precari, rapporti difficili con le famiglie, la volontà dell'uomo di disintossicarsi, il rischio di finire in carcere. Quindi, nella seconda parte, le attività di un'organizzazione paramilitare animata da una spinta sovversiva e di autorganizzazione, in rotta con la società civile: ne vediamo lo spirito di cameratismo e le esercitazioni, il programma ideologico e le aspettative. In entrambi i casi spiccano l'assenza delle istituzioni locali, di un welfare capace di farsi carico di questa comunità di reietti e una forte ostilità anti-obamiana, specchio di una fetta del paese che non crede più a niente e in nulla si riconosce, con l'eccezione del nucleo familiare.

Minervini riesce, nel complesso, a trovare la giusta chiave per raccontare questo angolo di America profonda. I suoi pregi sono uno stile registico secco, pulito, privo di tentazioni estetizzanti (che affioravano a tratti nel precedente STOP THE POUNDING HEART, ambientato nel Texas rurale), un'evidente conoscenza del microcosmo rappresentato e una capacità di tenersi alla distanza più opportuna dai protagonisti, privilegiando i piani medi. In questo modo anche le sequenze più rischiose (come quelle delle iniezioni) evitano di un soffio il voyeurismo mantenendosi su un piano di registrazione asettica. Stonano invece certi dialoghi palesemente scritti (il monologo di Mark sulla sua promessa di smettere con la droga) e, in generale, si avverte la mancanza di un apparato informativo più sostanzioso, tale da mettere lo spettatore nella condizione di capire, e non solo di subire, il resoconto minuzioso di un mondo negletto e dei suoi tentativi di resistenza. 

 


Secondo te quanti euro merita??
 
 
TAG: - minervini
 

[27-05-2015]

 
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