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Blackhat

di Michael Mann. Con Chris Hemsworth, Wei Tang, Viola Davis

di Fabio Stancati

In seguito ad un duplice attacco informatico ai danni del sistema di raffreddamento di un reattore nucleare di Chai Wan (Honk Kong) e della Borsa di Chicago (in particolare dei prezzi dei titoli della soia), le Autorità cinesi e statunitensi cercano di comprendere quale sia il filo conduttore che lega tali crimini e di individuarne il colpevole. A tal fine l’FBI ritiene necessario  l’ausilio di Nick Hathaway, hacker che sta scontando una pena di 15 anni in un carcere di massima sicurezza e che, molti anni prima, aveva scritto il codice utilizzato in uno degli attacchi terroristici.

 BLACKHAT segna il ritorno al cinema di Michael Mann a sei anni da NEMICO PUBBLICO e dalla sfortunata -in termini di produzione e di longevità- parentesi televisiva di LUCK. Un ritorno all’insegna del cyber thriller, di una produzione multimilionaria e di un cast di grande richiamo capitanato da Chris Hemsworth. Nonostante, sulla carta, queste sarebbero le componenti ideali per un grande successo in termini commerciali, in patria il film è stato un vero e proprio fallimento in termini di incassi.  E, dopo la visione del film, è agevole comprendere le ragioni di tale débâcle.

BLACKHAT, infatti, è forse il film più estremo di Michael Mann. Il genere di riferimento, i suoi canoni e le sue regole vengono utilizzati solo come strumenti per esprimere al meglio la visione dell’autore. In tal senso, saltano (quasi) completamente i tempi e le strutture tipiche dei film d’azione: Mann scarnifica i personaggi, elimina tutto ciò che è superfluo nell’intreccio narrativo, dilatando e restringendo i tempi in funzione di tale idea. È un film affascinante, idealmente vicino a MIAMI VICE, del quale vengono riprese le atmosfere notturne e l’ambientazione quasi sempre urbana, nel quale l’azione vera e propria viene ridotta all’osso e confinata nell’arco di tre “scene madri” di rara potenza ed intensità per lasciare spazio allo sguardo, mai così libero, del regista.

Un film sul distacco e sull’inesorabilità della vita sia in termini di eventi su larga scala (gli attacchi terroristici avvengono senza esplosioni, nel silenzio più assoluto e scaturiscono da un semplice tocco di tastiera che rende chiunque impotente), sia in termini di relazioni personali.  Non c’è tempo per salutarsi, per guardarsi indietro o per avere rimpianti: non esiste la possibilità di un ritorno e si può soltanto andare avanti in mezzo a silenzi e a parole non dette. E quando si arriva alla fine, dopo una delle scene più teatrali e scenografiche mai girate da Mann, non si può fare altro che restare, ancora una volta, storditi ed incantati dal coraggio, dall’unicità di questa visione. Ed è proprio quest’ultima che rappresenterà, per molti, il vero ed insormontabile limite di BLACKHAT e per questo motivo capiterà di leggerne come di un film vuoto, intrappolato nella sua idea di cinema e troppo manniano per essere apprezzato dai non adepti dell’autore.
E questo, in parte, è vero.
Ma è altrettanto vero che se, nella maggior parte dei casi, ci si potrebbe limitare a un democristiano “de gustibus”, dopo oltre trent’anni di cinema targato Michael Mann, è arrivato il momento di dire “peggio per voi”.

 



votanti: 4
Secondo te quanti euro merita??
 
 
TAG: - mann - Hemsworth - davis
 

[12-03-2015]

 
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