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Magic in the Moonlight

di Woody Allen. Con Emma Stone, Colin Firth, Marcia Gay Harden

di Rosario Sparti

Berlino, 1928. Wei Ling Soo è un celebre prestigiatore cinese in grado di fare sparire un elefante o di teletrasportarsi sotto gli occhi meravigliati di un pubblico acclamante. Ma dietro la maschera e dentro il suo camerino, Wei Ling Soo rivela Stanley Crawford, un gentiluomo inglese sentenzioso e insopportabile che accetta la proposta di un vecchio amico: smascherare una presunta medium, impegnata a circuire una ricchissima famiglia americana in vacanza sulla riviera francese. Ospite dei Catledge sulla Costa azzurra e sotto falsa identità, si fa passare per un uomo d'affari; Stanley incontra la giovane Sophie Baker ed è subito amore. Ma per un uomo cinico e sprezzante come lui è difficile leggere dietro alle vibrazioni di Sophie un sentimento sincero.

Il cinema di Woody Allen è da sempre zeppo di trucchi, maghi e illusionisti, d’altronde da ragazzo il regista sognava di diventare un prestigiatore. E in un certo senso ha poi realizzato il suo sogno, ma, come si sa, non sempre le magie riescono. In questa sua ultima opera, infatti, il trucco c’è e si vede. Stavolta Allen cerca di rifare una di quelle deliziose commedie Hollywoodiane anni ‘30 stile Cukor, però non riesce ad azzeccare il cast (non tanto la deliziosa Emma Stone quanto un legnoso Colin Firth) e le battute adatte per renderla viva. Invero quasi tutto rimane sulla carta, troppo poco sullo schermo.

Proseguendo un discorso iniziato molto tempo fa, che parte da STARDUST MEMORIES passa per UNA COMMEDIA SEXY IN UNA NOTTE DI MEZZA ESTATE e arriva a LA MALEDIZIONE DELLO SCORPIONE DI GIADA, Allen continua a interrogarsi sul rapporto inestricabile tra realtà e illusione. Per catturare la felicità nella vita, sembra dirci il regista, è necessario autoingannarsi, facendo finta d'ignorare la natura crudele e priva di senso dell'esistenza umana. Il cineasta così non si allontana dalle sue consuete riflessioni pessimistiche, anzi, in un certo qual modo le rafforza. L'amore terreno difatti è l'unica via per dare un senso illusorio a una vita che conduce verso un finale privo di colpi di scena. Peccato che questa riflessione arguta si tramuti in una commedia romantica gradevole, con alcune battute azzeccate, ma sin troppo piatta e prevedibile.

Ritornano non solo temi e riflessioni antiche, persino vecchie scene come quella al planetario, dove si nota con più evidenza la perdita di smalto rispetto alle opere dei bei tempi andati. Non che il recente cinema alleniano sia incartapecorito, semplicemente entusiasma meno, in maniera simile a un pregevole mobile antico che non perde il suo fascino ma solo a tratti riesce a brillare come un tempo. Fa piacere notare come la sua opera si tinga sempre più di un romanticismo nostalgico e sincero, senza cadere nell'ottimismo fine a se stesso, ma pur non pretendendo rivoluzioni copernicane ci si aspetta perlomeno sceneggiature con maggiori sviluppi interni, che non risultino scontate dopo la prima mezz'ora. In maniera simile al sistema hollywoodiano di un tempo, l'universo alleniano vive di opere minori e maggiori, entrambe necessarie per la creazione di un immaginario in continuo sviluppo, e quest'ultima rientra tra le minori, non c'è nulla di male in tutto ciò. Quindi sì, ok, “abbiamo bisogno di un’illusione per vivere”, ma stavolta non basta la splendida fotografia di Darius Khondji per farci credere in questo incantesimo.
 


Secondo te quanti euro merita??
 
 
TAG: - allen - stone - firth
 

[03-12-2014]

 
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