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To the Wonder

di Terrence Malick. Con Ben Affleck, Olga Kurylenko, Rachel McAdams, Javier Bardem

di Alessio Palma

Dopo aver visitato Mont Saint Michel e trascorso un periodo a Parigi, Marina e Neil arrivano in Oklahoma, dove presto nascono i primi problemi. Marina incontra un prete, anche lui in esilio, che sta smarrendo la sua vocazione e Neil riallaccia un legame affettivo con l’amica d’infanzia Jane. Le relazioni di Neil con le due donne della sua vita e il conflitto del sacerdote con la sua fede obbligano entrambi a mettere in discussione le proprie vite.

TO THE WONDER è come una nota a margine del precedente film di Malick, THE TREE OF LIFE, di cui riprende i temi di fondo (la ricerca di un senso superiore nell’esistenza, l’incessante riflessione sull’amore) e lo stile, libero e rapsodico come un flusso di coscienza. La storia è poco più che abbozzata e i protagonisti sono delineati il minimo indispensabile: a Malick interessa piuttosto tessere una magniloquente sinfonia visiva e sonora, esaltata dall'uso del formato panoramico e dalla fotografia del fedele Emmanuel Lubezki. Il motivo della natura indifferente al destino degli uomini, trattato dal cineasta con ben altra intensità in capolavori come LA RABBIA GIOVANE, diventa qui il pretesto per inanellare una bella inquadratura dietro l'altra.

Ma i campi di grano, i cieli tersi, le maree e altre cartoline del genere hanno ormai perso qualsiasi pregnanza metafisica e il film resta intrappolato nella sua struttura indefinita, a metà strada tra cinema sperimentale e racconto tradizionale. Quel che è peggio, però, è la sovrana indifferenza del regista per i personaggi, ridotti a figurine scarnificate e senza spessore, paradossalmente prive di vita in un'opera che vorrebbe essere una grande elegia, sia pure funebre, del sentimento.

Così Olga Kurylenko è una scialba replica della Jessica Chastain di THE TREE OF LIFE, mentre la presenza di Rachel McAdams e Javier Bardem non trova mai una vera giustificazione narrativa: e la scelta di sostituire quasi completamente i dialoghi con l'intreccio continuo delle voci fuori campo conferma quanto Malick punti ormai direttamente al sublime e a un cinema di poesia disancorato dalla realtà. Col risultato, però, di privilegiare lo stile e le mirabilia visive a ciò che sta davanti alla macchina da presa. Solo per adoratori del regista, gli spettatori “laici” possono tranquillamente astenersi.

 


Secondo te quanti euro merita??
 
 
 

[04-07-2013]

 
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