Giornale di informazione di Roma - Mercoledi 28 settembre 2016
 
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No - I giorni dell'arcobaleno

di Pablo Larražn. Con Gael GarcŪa Bernal, Alfredo Castro

di Rosario Sparti

Nel 1988 il dittatore militare cileno Augusto Pinochet, cedendo alle pressioni internazionali, indice un referendum sulla sua presidenza. Il popolo deve scegliere se lasciarlo o meno al potere per altri otto anni. I leader dell’opposizione, propugnatori del «no», incaricano il giovane pubblicitario René Saavedra di dirigere la loro campagna. Contro ogni probabilità, con le scarse risorse a disposizione e sotto l’occhio vigile dei tirapiedi del regime, Saavedra e collaboratori concepiscono un piano audace per vincere le elezioni e liberare il paese.

Atto conclusivo di una trilogia dedicata al racconto del regime di Pinochet, già protagonista nei mirabili TONI MANERO e POST MORTEM, il film di Pablo Larraìn  rappresenta il trampolino di lancio del regista verso l'Olimpo dei maggiori talenti cinematografici. La pellicola, basata su una piéce teatrale di Antonio Skàrmeta, brilla per una tensione ininterrotta, ottimamente scritta e ben gestita dalla regia, vivendo di un crescendo emotivo che è figlio di una geniale scelta stilistica: scherzosamente potremmo definirla “effetto Instagram”. Per evitare un effetto nostalgico, infatti, il regista ha deciso di girare in 4:3 con una macchina da presa analogica Ikegami, non scatenando una frizione tra materiale di repertorio e girato, così da consentire allo spettatore d’immergersi totalmente nel racconto. Una strategia, basata su una combinazione del tempo sincronica, che ci fa sentire quegli anni dall’interno e non con lo sguardo distaccato del presente.

Probabilmente, in questi giorni, avrete sentito parlare di questa storia per le parole di Roberto Saviano, che ne ha raccontato epicamente l’assunto durante una trasmissione televisiva. Quest’opera di divulgazione non può che farci piacere giacché, anche grazie a ciò, il film riuscirà a raggiungere un pubblico più vasto, ma, al tempo stesso, non possiamo esimerci dal rilevare come la lettura dello scrittore ne abbia in parte travisato il senso profondo. Non tanto nella linea narrativa ma nel tono, molto più amaro e meno trionfalistico di quanto si possa immaginare; a partire dalla struttura circolare del racconto, che sembra ricordarci come il Cile sia stato sempre succube degli USA, imprigionato nella gabbia del capitalismo americano. Una storia che, contemporaneamente, appare come elogio della libertà con la vitalità che è in grado di sprigionare e paradossale epitaffio di una nazione. Il passaggio dal liberismo sperimentale, firmato Friedman, alla spinta consumistica della pubblicità, portata avanti attraverso i nuovi media, è il segno evidente della trasformazione del popolo cileno da oppresso consapevole a membro inconsapevole della società dei consumi.

La strada dalla dittatura al forno a microonde è meno lunga di come possa apparire, amara riflessione condensata nel personaggio di Alfredo Castro, al solito impressionante per capacità recitative, uomo solo e simbolo dell'aspirazione al potere. L’allegria, simbolo della libertà, diventa così il motore della campagna promozionale del protagonista, che raggiunge il suo scopo grazie all’irrealtà delle sue premesse. Gael Garcìa Bernal, corpo mesto al centro dell’opera, è un giovane che sfreccia sul suo skateboard come un Marty McFly sudamericano, portando il suo paese a viaggiare nel tempo, spingendolo nel futuro. Facendosi gioco della paura evocata dal fronte opposto, l’invito a sognare una società forse impossibile ma senz’altro lontana dal passato è dunque troppo forte per chi ha vissuto anni senza speranza. Un futuro in stile famiglia da spot pubblicitario. Il protagonista, infatti, non fa altro che confezionare l’ideologia del regime camuffandola come nuova e più attrattiva, così da vendere al popolo il sistema capitalistico senza che se ne accorga. Da questa constatazione si nota come l’ironia nera, solo apparentemente sottotraccia, e il pessimismo dello sguardo, già presente nelle opere precedenti del cineasta, siano ancora più spietati e sardonici. Una cupezza di fondo che prima però vive di slanci d'entusiasmo. Per questa ragione a chiunque vi domandi se valga la pena andare a vedere il film, entusiasticamente rispondete con un fermo “si”.


 



votanti: 3
Secondo te quanti euro merita??
 
 
 

[08-05-2013]

 
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