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Flight

di Robert Zemeckis. Con Denzel Washington, John Goodman

di Rosario Sparti

In un mattino d’autunno il South Jet 227 parte da Orlando, al comando di Whip Whitaker, per quello che dovrebbe essere un volo di routine. L’aereo però s’imbatte presto in una turbolenza ed entra in una forte tempesta, poi una serie d’inesplicabili guasti meccanici lo fanno precipitare a spirale verso il basso. In una manciata di minuti, il comandante,  individua uno spazio di terra adiacente una chiesa dove tentare l’atterraggio. L’impatto è sconvolgente, ma Whip riesce ad atterrare in modo abbastanza sicuro da salvare tutte, meno sei, delle 102 anime a bordo. Per il suo miracoloso atterraggio, i media acclamano Whip come un eroe. Ma la causa del disastro non è completamente chiara ai suoi superiori, una formale indagine conoscitiva viene aperta nei confronti del comandante Whitaker. 

 A distanza di dodici anni da CAST AWAY, il regista Robert Zemeckis, ritorna con un film in live action, dopo i diversi esperimenti con la performance capture, di cui l’esempio più riuscito rimane il recente A CHRISTMAS CAROL. Un regista eclettico, solito non temere le sfide con i generi, ma, che in questo caso sceglie classicamente d’affidarsi a una sceneggiatura di stampo tradizionale che vede al centro il lavoro d’attore. Il punto da cui partire è quindi inevitabilmente Denzel Wahington, che con la sua interpretazione primeggia nel film, regalando una delle sue performance più solide e convincenti. 

Se il film potrebbe apparire come la classica storia sugli effetti post traumatici legati a un disastro aereo, in realtà, la pellicola ribalta questa prospettiva, prendendola come spunto di partenza per raccontare la vita di un uomo che è già precipitato al suolo. Nella prima parte il protagonista da vita a un bello studio sul personaggio, mostrandone le varie sfaccettature grazie alla collisione con il personaggio interpretato dalla bella Kelly Reilly,un altro outsider con cui si crea una alchimia ben riuscita. Pian piano però il film sembra cambiare rotta, il viaggio diventa troppo lungo e sembra che il pilota non sappia dove voglia atterrare.

Nella seconda parte c’è una sterzata moralistica che forza la struttura stessa della storia e sembra manovrare fin troppo le azioni del protagonista, tramutandolo in un burattino con cui è difficile entrare in empatia, in questo non aiuta un finale che sembra cercare invece, sin troppo, la lacrima dello spettatore. Se la pellicola riesce a restare in piedi è soprattutto per la bravura dei suoi interpreti, da menzionare anche  uno spassoso John Goodman, e per i brividi che occasionalmente sa regalare, come nella strepitosa sequenza dell’atterraggio che, nel suo genere, è tra le migliori mai viste. Una canzone di redenzione che funziona solo a metà.

 



votanti: 6
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[23-01-2013]

 
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