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Festival Internazionale del Film di Roma 2012. Un bilancio

Il verdetto della giuria premia un cinema che cerca la provocazione




di Rosario Sparti

Roma. 18 Novembre, primo pomeriggio. Il cielo è grigio, ha da poco smesso di piovigginare. Una domenica autunnale come tante, con il suo carico di noia e malinconia. Il festival è finito, oggi solo le repliche dei film vincitori e di qualche pellicola fuori concorso. Mi aggiro tra gli stand promozionali ma sono tutti chiusi. Al bar qualche famiglia di Roma Nord mangia facendo finta di far altro, sparute flotte di giornalisti commentano sarcasticamente la vittoria del film di Franchi, una coppia di ragazzini amoreggia su una panchina, poco più in là l'unica nota di colore: una coppia di donne dell'est, sulla quarantina, vestite con tinte sgargianti.

TUTTI I VIDEO DELL'EDIZIONE DEL FESTIVAL 2012

Una coppia di badanti nel loro giorno di riposo, penso. Mi avvicino, vedo che osservano il mio badge e poi mi chiedono il programma, che gentilmente cedo loro. Sembrano indispettite, non riescono a trovare cosa cercano. A quel punto me lo rendono, chiedendomi conferma della proiezione del film lettone. In realtà non dicono così ma capisco che fanno riferimento al film di Laila Pakalnina, PIZZE, che ha vinto il premio speciale della giuria nella sezione CINEMAXXI . Rispondo che è prevista per le 17, poi chiedo se conoscono la regista ma rispondono di no, sono solo curiose che un film della loro terra abbia vinto il festival. Ne hanno sentito parlare alla tv e vogliono passare così la loro domenica libera. Le saluto, tento di rientrare nell'auditorium ma le sale interne sono inaccessibili per un party a inviti. Rimango fuori. In quel momento penso a cosa è stato il Festival Internazionale del Film di Roma 2012: un ponte tra due universi distanti tra loro.

Ovviamente questa immagine evocativa è stata una eccezione, una anomalia cui però non avevo mai assistito negli anni precedenti. In questo mi pare di scorgere, in nuce, gli elementi positivi del progetto del direttore Marco Müller, ossia cercare di avvicinare gli spettatori ad un cinema che raramente passa sui nostri schermi. Un cinema forse per pochi, non a caso lo spiazzante umorismo del film veniva poco compreso dalle due lettoni, ma che segna un tentativo di rinnovare i gusti del pubblico senz'altro da apprezzare. Tra le mille polemiche e le sterili provocazioni come giudicare questo festival? A fronte dei pochi mesi di lavoro avuti a disposizione dal team selettivo e la scelta di non disperdere il budget nell'"acquisto" di star internazionali, si intravede la scelta d'una inversione di tendenza perlomeno coraggiosa. Diminuisce la vendita di biglietti (meno 15%), sale il numero degli accreditati, diminuisce la presenza di spettatori attirati dal red carpet, aumenta la presenza della stampa straniera. E' evidente la scelta di abbandonare qualsiasi residuo della dizione di "festa" per cercare d'essere un festival con la F maiuscola.

Per un giudizio completo conviene attendere l'anno venturo quando, nel tentativo di coniugare popolare e elitario, Müller non avrà più scuse. A fronte di scelte ambiziose e coraggiose, di cui la sezione CINEMAXXI è la dimostrazione evidente, si segnala l'incomprensibile scelta di mantenere alto il prezzo dei biglietti, la non sempre impeccabile gestione delle sale (figlia di quello spostamento di date che ha causato la perdita della sala S.Cecilia?), e, forse, andrebbe presa in considerazione la scelta d'ampliare la selezione non esclusivamente a film in prima mondiale. Mettiamo da parte le polemiche politiche sulle nomine e sulla possibile influenza nella premiazione, per concentrarci su cosa si è visto in questo festival.

Il verdetto della giuria premia un cinema che cerca di svincolarsi dalla norma, che osa e provoca (consapevolmente o meno) lo spettatore, che cercando una idea di indipendenza si oppone al perbenismo dell'industria. Purtroppo, dal nostro punto di vista, si tratta di una scelta apprezzabile teoricamente ma che nell'applicazione pratica non trova sostegno nei film, che dimostrano di rimanere  indietro rispetto ai propositi dichiarati. Nel caso di MARFA GIRL di Larry Clark c'è uno sguardo di maniera sulla desolazione giovanile, che alla ricerca di un climax drammatico si inventa una esplosione di violenza totalmente gratuita e che nulla apporta al tessuto narrativo e tematico del film; quel villain, così amato dal presidente di giuria Jeff Nichols, sembra ricordare lo stesso regista, tanto eccitato da quella violenza che lui stesso decide di raccontare. Con il film di Paolo Franchi c'è veramente poco da scandalizzarsi, si tratta solo dell'opera di un regista intento a mescolare sesso e psicanalisi, guardando a Bergman e Bellocchio, ma che in realtà sta solo guardando, in maniera compiaciuta, il proprio ombelico. Il resto del concorso ha presentato opere pregevoli: l'ennesimo grande gangster movie di Johnnie To, un bell'esempio di cinema italiano che guarda la realtà con lo sguardo nuovo di Claudio Giovannesi, un piccolo film di buffa poesia firmato Valérie Donzelli, lo stralunato decameron di Aleksei Fedorchenko tra mito e credenze popolari e quel film di Roman Coppola, forse sin troppo carino, ma con un protagonista che non si dimentica.

Le altre sezioni (Prospettive Italia, CINEMAXXI, Alice nelle città) hanno confermato le caratteristiche altalenanti della selezioni ma con opere pregevoli che mai, in altre edizioni, si sarebbero viste al festival. Forse un po' di noia in più, qualche lustrino in meno ma una idea di cinema tra Sylvester Stallone e Marina Abramovic che è assai stimolante. Carichiamo i fucili, prendiamo la mira, puntiamo il bersaglio ma, per ora, lasciamoli lavorare.

[20-11-2012]

 
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